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La carne italiana di bovino riammessa in Cina, ma non è una buona notizia

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carne italiana

Una decisione controversa è stata intrapresa da parte del Governo italiano in seguito all’incontro tra il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, con il suo omologo cinese, Wang Yi. Il summit è avvenuto a margine dei lavori del Comitato governativo Italia-Cina, ed il nostro Paese ha annunciato che tornerà ad esportare carne bovina nell’immenso stato asiatico. L’ultima volta la cosa era accaduta nel 2001, prima del proliferare del cosiddetto ‘morbo della Mucca Pazza’, i cui rischi sono ancora attuali. Dopo di allora, in Cina la carne bovina di provenienza italiana ed europea in genere non era più stata consentita.

Migliaia furono i bovini colpiti da questa grave patologia, e tramite la loro carne si ebbero anche dei casi in cui vennero contagiate delle persone. In tal senso non mancano delle vittime come conseguenza dell’esposizione a questa malattia degenerativa. Ora, attraverso questa nuova riapertura delle frontiere, si stima che le esportazioni di carne bovina prodotta in Italia conosceranno una impennata verso l’alto, esattamente come accaduto con la carne suina, che di recente è stata di nuovo riammessa in Cina facendo segnare uno stellare +92% in ambito commerciale.

Carne italiana, più export vuol dire incremento delle macellazioni

La conseguenza diretta di tutto questo sarà un aumento dei processi di produzione, una buona notizia per i lavoratori di un settore che ha conosciuto anni di crisi qui in Italia, a causa della diminuzione di consumo di carne rossa. Ma per gli animali coinvolti si tratta certamente di qualcosa di pessimo, dopo che la macellazione dei bovini nell’ultimo decennio ed oltre era calata del 50%. Il timore delle associazioni animaliste ora è che possano aumentare anche i casi legati a sfruttamento e maltrattamento dei bovini coinvolti nelle dinamiche di produzione industriale.

Già nel corso del solo 2017 sono stati diversi gli episodi in cui sono emersi alla luce eventi per i quali animali di ogni tipo venivano tenuti in condizioni igienico-sanitarie terribili, sottoposti a maltrattamenti sia fisici che psichici in maniera immotivata e tremendamente crudele. E non mancano le documentazioni visive in tal senso. Senza contare che i processi industriali, in particolar modo quelli legati all’allevamento bovino, rappresentano una delle piaghe più dure da contrastare in materia di riscaldamento climatico. Questa scelta di aumentare l’allevamento industriale intensivo a tutto discapito degli animali sta già causando le prime proteste da parte degli animalisti. Il tutto mentre anche le celebrità intraprendono misure decisamente dettate dal buonsenso in materia.

A.P.