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Maltrattamento degli animali: il dossier e le falle del sistema

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Il problema del maltrattamento degli animali è attuale più che mai e in occasione del processo a carico di quattro ragazzi accusati della barbara uccisione del cane Angelo a Sangineto per cui si attende la sentenza il prossimo 26 maggio, le associazioni animaliste non solo chiedono il massimo della pena ma anche da parte del governo, un impegno per quanto riguarda l’inasprimento delle pene a livello delle normative. I paesi europei hanno sottoscritto la cosiddetta Convenzione per la protezione degli animali da compagnia” (Strasburgo 1987) con la quale viene riconosciuto l’obbligo morale di rispettare tutte le creature viventi, nel rapporto con l’animale da compagnia e il suo valore nella società.  La convenzione è entrata in vigore in Italia il 1/11/2011, dopo vari percorsi burocratici di ratifica e ha portato a delle modifiche a livello delle sanzioni e delle pene per quanto riguarda i reati sugli animali che sono state introdotte nei paesi dell’Unione Europea.

PENE MALTRATTAMENTO ANIMALI IN ITALIA

Per quanto riguarda le pene di maltrattamento degli animali, come ricorda l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori (ADUC) l’uccisione di un animale è un reato per cui la pena prevedere la reclusione da quattro mesi a due anni, se avviene per crudeltà e senza necessità. La pena può variare in base al numero di animali coinvolti e il tipo di crudeltà commessa anche per quanto riguarda gli animali a vario titolo come bestiame o animali selvatici.

In ogni caso, nel Belpaese, sottolinea Aduc, è prevista la reclusione da tre a diciotto mesi oppure una multa di importo variabile da 5.000 a 30.000 euro, per casi in cui qualcuno cagiona lesioni ad un animale, sevizia un animale o lo sottopone a comportamenti, fatiche o lavori non sopportabili per le sue caratteristiche, somministra ad un animale sostanze stupefacenti o vietate o lo sottopone a trattamenti che procurano danni alla salute e nel caso in cui a causa di uno dei queste fatti ne scaturisce la morte dell’animale la pena viene aumentata della metà. Ovviamente queste pene si applicano anche nel caso di uccisione di animali randagi. Tuttavia, ci sono delle deroghe in base a delle leggi speciali per ambiti come la caccia, la pesca, l’allevamento trasporto e macellazione di animali, la sperimentazione scientifica, l’attività  circense, i giardini zoologici, e nel caso ci manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalle Regioni.

RAPPORTO MALTRATTAMENTO ANIMALI IN ITALIA NEL 2016

Nonostante ciò i reati di maltrattamento e uccisioni non diminuiscono come evidenziato dal “Rapporto 2016 sul maltrattamento animale in Italia”, diffuso nel mese di marzo 2017, a cura di Silvia Premoli, responsabile di VeganOk Animal Press, con il sostegno di Leal Lega Antivivisezionista e di Riscatto Animale, con la prefazione di Annamaria Manzoni, psicologa e scrittrice e la consulenza legale è dell’avvocato David Zanforlini.

Un elenco di molti reati che purtroppo non è esaustivo in quanti spesso non sono seguiti da denunce o testimonianze tali da poter essere perseguiti. Emerge che molto spesso, anche in presenza di un responsabile è difficile arrivare ad una pena e per questo nel rapporto è stata evidenziata la necessità di modificare il codice penale.

In totale sono stati recensiti 432 casi efferati dai quali emergono alcune costanti per tipologie di maltrattamenti spaziando da 73 casi di sevizie, 67 percosse, 55 casi di incuria o 46 casi di abbandoni. Tra le vicende più orrende si registrano tre casi di animali fatti esplodere, altrettanti abusati sessualmente e due vicende in cui i cani sono stati feriti con l’acido. Le Regioni dove si sono registrati maggiori casi di maltrattamenti sono Lombardia, seguita da Sicilia, Campania e Veneto.

La Manzoni ha ricordato che “in altri Paesi europei come Svizzera, Francia e Germania, ci sono ben più severe e, nei casi più gravi, l’arresto non è commutabile con una pena pecuniaria. E negli Stati Uniti, per questi reati i colpevoli si fanno anni di carcere seguiti da specifici programmi di recupero. Quello che è certo è che almeno su una delle componenti che ne costituiscono il mosaico multiforme ed eterogeneo non si può continuare a restare inerti: è la risposta che ne deve seguire anche a livello istituzionale. Non punizioni severe, come spesso si invoca sull’onda della reazione emotiva a qualche episodio particolarmente efferato, prima di lasciare di nuovo cadere tutto nel grande serbatoio della rimozione: punizioni giuste” .

Una rassegna di orrori accompagnata da titoli, fotografie e ritagli dei giornali. Gatti gettati nella spazzatura, animali fatti morire di fame, cani di proprietari presi a bastonate perché magari infastidivano con i loro abbai. Animali ridotti in uno stato indegno negli allevamenti, conigli malati, con piaghe sanguinanti. Cani investiti dai pirata della strada, senza che nessuno li soccorresse, esemplari trascinati in auto, per punizione. Cani segregati in delle stanza buie costretti  vivere nei loro escrementi con l’unico scopo di riproduzione. Nella drammatica rassegna del 2016, a giugno non poteva mancare il caso di Angelo oppure quello di un cane legato con un masso e lanciato in mare. Esseri vittime della follia umana, delle vendette tra vicini, di estorsione o intimidazioni mafiose come nel caso della strage dei cani accolti in un rifugio a Francofonte, situato in un’area sicuramente allettante per alcune organizzazioni malavitose.

VERSO IL RICONOSCIMENTO DEGLI ESSERI SENZIENTI A LIVELLO SOCIALE E COSTITUZIONALE

Nella sua breve introduzione Zanforlini ripercorre le conquiste per i diritti degli animali, riconosciuti “esseri senzienti”, evidenziando che “ad oggi, resta indiscutibile che un diritto sia stato espresso, questo dipenda dal riconoscimento della capacità senziente degli animali e che a  fronte della statuizione del diritto, esiste un corrispondente dovere di tutela (da parte della comunità umana)”. L’avvocato s’interroga “sull’ultimo (il più difficile) passo: dove trovare il presupposto nella nostra Carta Costituzionale che ci imponga di attivarci, per impedire ad esempio che un animale allevato a scopi alimentari debba essere trattato secondo principi etologici corretti?”. Per questo lo stesso Zanforlini, ricorda che “la radice di questo dovere di tutela la si può, a mio modesto avviso, ritrovare, nell’art. 2 della nostra Costituzione che impone un dovere generico di solidarietà (“politica, economica e sociale”, così recita il testo di questo articolo)”, spiegando che “c’è da soffermarsi sul significato di solidarietà sociale. Una definizione facilmente reperibile dichiara la solidarietà indicare: un atteggiamento di benevolenza e comprensione che si manifesta fino al punto di esprimersi in uno sforzo attivo e gratuito, teso a venire incontro alle esigenze e ai disagi di qualcuno che abbia bisogno di un aiuto. E ancora: la benevolenza è messa in moto da una volontà che mira al bene, intendendo che vi sia una voluntas, un atteggiamento spirituale che genera il desiderio di fare del bene”. Ecco perché arrivare ad un rispetto dell’animale che si basi sulla loro etologia si rivela essere l’ultimo traguardo al quale arrivare per iniziare a cambiare un sistema antropocentrico che sfrutta ogni risorsa e la vita di ogni essere vivente per i propri interessi. Un passo significato attraverso il quale forse, l’uomo potrà iniziare a modificare la propria visione del mondo e a percepire la realtà in un altro modo che si fonda su altri principi che non siano sempre quelli legati al potere economico che riduce tutto ad una merce. Tutto sta nel portare l’individuo ad una maggiore consapevolezza delle proprie azioni.

Per consultare il rapporto completo: clicca qui