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Fanno crescere un feto di agnello all’interno di un utero artificiale

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I ricercatori del Children’s Hospital di Philadelphia (CHOP) hanno creato un utero artificiale chiamato “biobag” nel quale è stato fatto crescere con successo un feto prematuro di agnello. Secondo quanto viene riportato, l’agnello è rimasto nell’utero artificiale con una soluzione simile al liquido amniotico per quattro settimane durante le quali è stato nutrito e ossigenato tramite un canale collegato al suo cordine ombellicale.

In questo modo i ricercatori hanno assistito alle ultime fai dello sviluppo dell’agnello quando ha iniziato a mettere la lana, ha preso peso e quando ha aperto per la prima volta gli occhi.

In realtà si tratta di una ricerca mirata alla creazione di un utero artificiale per poter far crescere i neonati umani prematuri che non hanno avuto il tempo di svilupparsi completamente nel grembo materno e chi rischiano d’incorrere in gravi patologie durante la vita. Un sistema che secondo i ricercatori potrebbe aiutare a cambiare completamente la vita di un bambino. Gli scienziati hanno poi sottolineato che le future generazioni di “uteri artificiali” potranno addirittura far crescere i bambini già dalla 23 esima settimana.

In rete è stato pubblicato il video impressionante di questo esperimento e al di là del successo registrato dallo staff di scienziati ci si chiede quanti feti e agnelli siano stati usati per arrivare a questo risultato.

La ricerca intitolata “An extra-uterine system to physiologically support the extreme premature lamb” è stata pubblicata online lo scorso 25 aprile, sulla rivista scientifica Nature Comunications: “Con un adeguato supporto nutrizionale, si è registrata una regolare crescita polmonare e cerebrale ma anche della mielina”, viene sottolineato nell’introduzione. I ricercatori hanno riportato i parametri utilizzati spiegando che “nei primi esperimenti sono stati usati degli agnelli nell’ultima fase di gestazione tra i 125-140 giorni di gestazione, laddove la gestazione completa è di 145 giorni”. Gradualmente i ricercatori hanno poi sfruttato feti più giovani.

Per consultare i dati della ricerca clicca qui