Intervista a Sara Lanini: “Altra Specie” e la rivoluzione silenziosa nel nostro modo di guardare gli animali

Dalla psicologia al rispetto per gli animali: Sara Lanini racconta il suo libro Altra Specie e invita a cambiare prospettiva.

La psicologia incontra l’etologia, la scienza dialoga con l’empatia e il rapporto tra esseri umani e animali viene osservato da una prospettiva nuova. È questo il cuore di Altra Specie, il libro della psicologa clinica e forense Sara Lanini, un’opera che invita a mettere in discussione convinzioni radicate e a guardare gli animali come individui.

Intervista a Sara Lanini: “Altra Specie” e la rivoluzione silenziosa nel nostro modo di guardare gli animali – amoreaquattrozampe.it

In questa intervista esclusiva, Sara Lanini racconta il percorso che l’ha portata a scrivere il libro, affrontando temi profondi come il linguaggio specista, la dissonanza cognitiva, il legame tra violenza sugli animali e violenza sulle persone, il dolore per la perdita di un animale e il valore dell’empatia come chiave per costruire una società più consapevole.

Sara, per chi ancora non ti conosce, raccontaci un po’ di te: chi sei, di cosa ti occupi e come è nato il percorso che ti ha portata a scrivere Altra Specie?

Sono psicologa clinica e forense. Da sempre mi interessa capire come funzionano le relazioni, i meccanismi della mente e il modo in cui costruiamo il nostro sguardo sul mondo.

Sara Lanini e Yu – amoreaquattrozampe.it

Gli animali fanno parte della mia vita fin da quando ero bambina e, con il tempo, ho capito che il mio modo di guardarli non era separato dalla psicologia: nasceva dalla stessa curiosità verso le relazioni, l’empatia e il significato che attribuiamo all’altro.

C’è un animale che ha cambiato la tua vita e che, in qualche modo, ti ha ispirato a scrivere Altra Specie?

Ogni animale che ho incontrato ha lasciato qualcosa. Non solo quelli che hanno condiviso la mia vita, ma anche quelli incrociati per caso. Tutti loro hanno ispirato Altra Specie perché mi hanno insegnato a guardarli come individui, ognuno con un proprio modo di essere, di comunicare e di abitare il mondo.

Partiamo proprio dal libro: perché hai scelto il titolo Altra Specie e cosa racchiude questa espressione?

Il titolo ha un doppio significato, ed è probabilmente quello che rappresenta meglio il senso del libro. Da una parte, “altra specie” indica gli animali, cioè l’altra specie con cui condividiamo il pianeta e con cui entriamo continuamente in relazione.

La copertina del libro – amoreaquattrozampe.it

Dall’altra, quando inizi davvero a osservare gli animali senza i filtri culturali con cui siamo cresciuti, finisci per sentirti tu stesso “altra specie” rispetto al modo in cui la nostra stessa specie li guarda e li tratta. Nel libro scrivo infatti: “Forse sono sempre stata altra specie anch’io.”

Cos’è che ti ha fatto dire “devo scrivere questo libro”?

Non c’è stato un momento preciso in cui mi sono detta: “Adesso devo scrivere un libro”. Sentivo piuttosto il desiderio di dare voce a un modo diverso di guardare gli animali e le relazioni con loro. Era una riflessione che faceva già parte del mio modo di osservare il mondo. E così è nato Altra Specie.

Nel libro scrivi che viviamo in un “mondo al contrario”. Secondo te, cosa stiamo sbagliando nel nostro modo di guardare agli animali?

Credo che il nostro errore più grande sia quello di osservare gli animali quasi sempre e solo dal nostro punto di vista.

A volte proiettiamo su di loro caratteristiche esclusivamente umane, altre neghiamo capacità ed emozioni che la ricerca scientifica ci mostra chiaramente. In entrambi i casi, il risultato è uno sguardo distorto.

È anche per questo che parlo di un “mondo al contrario”. Un mondo in cui, dove dovrebbe esserci empatia, troviamo spesso indifferenza; e dove dovrebbe esserci il riconoscimento dell’altro, troviamo invece categorie e pregiudizi. Altra Specie nasce proprio dal desiderio di provare a cambiare prospettiva.

A volte, basta guardare gli animali da un punto di vista diverso per accorgersi che il limite non era negli animali, ma nello sguardo con cui avevamo imparato a osservarli.

Parli di dissonanza cognitiva e di linguaggio specista. Sono concetti che possono sembrare complessi, ma che in realtà riguardano tutti noi: puoi spiegarceli con un esempio che tutti possano capire?

Sono due concetti molto più quotidiani di quanto sembri. La dissonanza cognitiva è quel meccanismo per cui riusciamo ad amare gli animali e, allo stesso tempo, a compiere scelte che non sono coerenti con quell’amore, senza quasi accorgercene. Pensiamo a chi si ferma a coccolare un cane, si commuove davanti al salvataggio di un animale e poi, poche ore dopo, a tavola non collega più quel piatto all’individuo da cui proviene (ndr: parla di chi mangia carne). La nostra mente crea una separazione che ci permette di non sentire il conflitto.

Il linguaggio specista, invece, è il modo in cui le parole contribuiscono a mantenere questa visione. Basta pensare a quante volte usiamo gli animali come insulti “sei una bestia”– oppure a espressioni che normalizzano la violenza senza che ce ne rendiamo conto.

Le parole non descrivono soltanto la realtà: la costruiscono. Per questo credo che cambiare il modo in cui parliamo degli animali sia già un primo passo per cambiare il modo in cui li guardiamo.

Nel tuo libro affronti anche il tema del “Link”, cioè il legame tra violenza sugli animali e violenza sulle persone. Perché è importante parlarne oggi?

Perché il Link ci ricorda una cosa fondamentale: la violenza non nasce mai nel vuoto. Non significa che chiunque maltratti un animale diventerà necessariamente un criminale violento, ma significa che quel comportamento rappresenta un importante campanello d’allarme che non dovrebbe mai essere sottovalutato.

Credo sia fondamentale imparare a leggere questi segnali precocemente. La crudeltà verso un essere vulnerabile non riguarda solo quella vittima: racconta qualcosa del funzionamento relazionale, dell’empatia e della capacità di riconoscere l’altro come individuo. Ma c’è anche un aspetto etico che per me è importante sottolineare. Anche se il Link non esistesse, gli animali meriterebbero comunque di essere tutelati. Non perché la loro sofferenza potrebbe trasformarsi in un rischio per noi, ma perché ogni sofferenza ha valore in sé.

Nel libro citi il lavoro di Giulia Innocenzi e di Enrico Rizzi. Quanto hanno influenzato il tuo percorso e cosa rappresentano per te?

Di Giulia Innocenzi apprezzo soprattutto la forza del lavoro investigativo: rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto. È un lavoro prezioso perché trasforma il silenzio in consapevolezza e permette alle persone di confrontarsi con realtà che altrimenti rimarrebbero invisibili.

Di Enrico Rizzi, invece, ammiro soprattutto la capacità di tradurre i valori in azione. In un mondo in cui spesso ci si limita a parlare, lui sceglie di esporsi concretamente, affrontando situazioni molto difficili per dare voce agli animali.

Detto questo, Altra Specie nasce da un percorso personale che intreccia psicologia, studio, osservazione ed esperienza diretta. Il loro contributo ha rappresentato un arricchimento, ma il libro racconta una prospettiva che è maturata dentro il mio modo di guardare il rapporto tra esseri umani e animali.

Una parte del libro è dedicata al Pet Loss e al “Love Remains”. Cosa significano questi concetti e perché pensi che possano aiutare chi ha perso un animale?

Il Pet Loss è il riconoscimento che perdere un animale significa perdere una relazione, non “solo un animale”. Il dolore che ne deriva è reale e proporzionato alla profondità del legame, non alla specie a cui apparteneva chi abbiamo perso.

Love Remains, invece, nasce da un’idea che trovo molto importante anche in psicologia: l’amore non finisce con la morte, cambia forma. Oggi sappiamo che elaborare un lutto non significa dimenticare, ma imparare a integrare quel legame nella propria vita in modo nuovo. Chi abbiamo amato continua a vivere nelle tracce che ha lasciato dentro di noi, nei valori che ci ha trasmesso e nel modo in cui ha cambiato il nostro sguardo sul mondo. Credo che questo possa aiutare molte persone perché restituisce dignità al loro dolore, senza chiedere di cancellarlo o di “voltare pagina” a tutti i costi.

Ancora oggi chi perde un animale si sente spesso dire frasi come “era solo un cane” o “prendine un altro”. Perché, secondo te, tante persone faticano ancora a comprendere la profondità di questo legame?

Perché, ancora oggi, molte persone tendono a misurare il valore del lutto in base alla specie e non in base alla profondità del legame.

Frasi come “era solo un cane” o “prendine un altro” raramente nascono dal desiderio di ferire. Più spesso riflettono la difficoltà di comprendere un’esperienza che non si è vissuta e, a volte, anche l’incapacità di stare accanto al dolore senza cercare di farlo sparire con una frase di circostanza.

Ma un animale non è sostituibile, perché non è sostituibile una relazione. Nessuno direbbe “prendine un altro” a chi ha perso un amico. Ogni legame è unico e irripetibile, indipendentemente dalla specie. Credo che il primo gesto di rispetto sia proprio questo: smettere di stabilire dall’esterno quanto sia “giusto” soffrire e riconoscere che il dolore nasce dall’amore, non dalla biologia.

Come dovrebbe comportarsi chi vuole davvero stare accanto a una persona che sta vivendo un lutto così importante?

Credo che la cosa più importante sia non avere la pretesa di togliere il dolore. Spesso, quando vediamo soffrire qualcuno, ci sentiamo in dovere di trovare la frase giusta per farlo stare meglio. In realtà, il dolore non sempre ha bisogno di essere risolto ma ha bisogno di essere accolto.

Essere presenti, ascoltare senza minimizzare, lasciare che l’altra persona parli del proprio animale anche a distanza di tempo è già un modo concreto di esserle accanto. Minimizzare il dolore o cercare scorciatoie per farlo passare rischia soltanto di aumentare il senso di solitudine di chi sta soffrendo.

Credo che il gesto più grande sia riconoscere che quella relazione è esistita e che il dolore merita lo stesso rispetto che riserveremmo a qualsiasi altro legame importante.

Come valuti il rapporto tra la crescente sensibilità verso gli animali e il numero di casi di maltrattamento che continuano a emergere dalle cronache?

Penso che questi due fenomeni siano legati da un profondo paradosso. Da una parte vedo una sensibilità sempre maggiore; dall’altra continuiamo ad assistere a episodi di violenza che ci colpiscono.

Questo accade perché l’aumento dei casi in cronaca è, in realtà, il segnale che qualcosa sta cambiando: molte situazioni che un tempo rimanevano invisibili o tollerate, oggi non vengono più accettate. Vengono finalmente documentate, denunciate e portate all’attenzione pubblica perché stiamo iniziando a guardarle senza voltarci dall’altra parte.

La vera sfida, però, è fare in modo che l’indignazione non duri il tempo di una notizia. La sensibilità diventa davvero un cambiamento quando si traduce in consapevolezza, educazione e responsabilità quotidiana.

Qual è la lezione più importante che gli animali ti hanno insegnato, sia come professionista che come persona?

Se dovessi scegliere una sola parola, direi: alterità. Gli animali mi hanno insegnato che l’altro non deve essere simile a noi per essere compreso, rispettato o amato. Sembra un concetto semplice, ma cambia completamente il modo di guardare il mondo.

Come psicologa, questo significa cercare di capire chi ho davanti senza sovrapporre continuamente il mio punto di vista. Come persona, significa ricordarmi ogni giorno che una relazione autentica nasce dall’incontro tra due individualità, non dal tentativo di rendere l’altro uguale a noi.

Credo che questa sia una lezione che vale ben oltre il rapporto con gli animali e che possa migliorare anche il modo in cui ci relazioniamo tra esseri umani.

Cosa ti auguri che resti nel cuore dei lettori dopo aver finito di leggere l’ultima pagina di Altra Specie?

Mi auguro che, dopo aver chiuso il libro, vedano gli animali con uno sguardo diverso. Se anche una sola persona inizierà a osservare un animale chiedendosi chi sia, e non cosa sia, allora sentirò di aver raggiunto il mio obiettivo.

Vorrei che Altra Specie lasciasse soprattutto delle domande perché le domande sincere hanno una forza straordinaria: continuano a lavorare dentro di noi anche quando il libro è finito. E, a volte, sono proprio loro a cambiare una prospettiva.

Altra Specie è un punto di arrivo ma anche un nuovo inizio. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Hai già in cantiere nuovi libri, iniziative o percorsi dedicati alla tutela degli animali e alla divulgazione?

Sento che Altra Specie sia molto più un punto di partenza che un punto di arrivo. In questo periodo sto vivendo con grande entusiasmo tutte le connessioni che il libro sta generando. Ogni confronto mi conferma quanto ci sia bisogno di continuare a parlare del rapporto tra esseri umani e animali con uno sguardo che unisca psicologia, etologia ed empatia.

Se c’è una cosa che ho imparato è che gli incontri più significativi della mia vita non sono nati da un piano prestabilito, ma da legami autentici. È lì che succede sempre qualcosa di bello.

So che continuerò in questa direzione. Il mio desiderio rimane quello di prestare la voce a chi non ce l’ha, e questo resterà il filo conduttore di tutto ciò che farò in futuro.