Cerchiamo di capire meglio che cosa sta accadendo con il ddl caccia e che cosa ne pensa l’Ispra nel dettaglio.
L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) esprime un giudizio fortemente critico sulla riforma della caccia attualmente all’esame della Camera.

Secondo l’ente scientifico dello Stato, diverse modifiche previste dal disegno di legge non sarebbero coerenti con gli obiettivi di tutela della biodiversità e della fauna selvatica.
Che cosa dice l’Ispra per quanto riguarda la riforma della caccia
Dopo il via libera del Senato, la proposta di riforma della legge sulla caccia è approdata alla Camera dei deputati. Nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Agricoltura, l’Ispra ha messo in discussione alcuni dei punti più controversi del testo, evidenziando come le modifiche introdotte non sembrino orientate a ridurre l’impatto dell’attività venatoria sulle specie in stato di conservazione sfavorevole.

Per l’Istituto sarebbe stato opportuno escludere dalla possibilità di prelievo alcune specie particolarmente vulnerabili, riportando così il dibattito sul terreno delle evidenze scientifiche e della conservazione della natura.
Durante l’audizione parlamentare, il direttore del Dipartimento Monitoraggio e Tutela dell’Ambiente dell’Ispra, Luigi Ricci, ha illustrato le principali criticità del disegno di legge.
Tra gli aspetti maggiormente contestati figura l’ampliamento degli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC), che potrebbero arrivare ad avere dimensioni regionali. Secondo l’Ispra, una simile impostazione rischia di entrare in contrasto con i principi della gestione sostenibile della fauna selvatica.
Dubbi anche sulla possibilità di trasformare le aziende faunistico-venatorie in aziende agrituristico-venatorie senza una preventiva valutazione tecnico-scientifica, con il rischio di favorire una gestione sempre più orientata all’attività venatoria e meno alla conservazione degli ecosistemi.
L’Ispra ha ribadito un principio considerato fondamentale: la caccia può essere compatibile con la conservazione della natura soltanto quando è pianificata sulla base di dati scientifici rigorosi.
Come sottolineato da Ricci durante l’audizione:
«I prelievi venatori vanno calcolati con rigore scientifico. La caccia deve promuovere la tutela degli ecosistemi».
In altre parole, il numero degli animali cacciabili deve essere determinato esclusivamente in funzione dello stato di conservazione delle specie, ponendo la tutela della biodiversità come obiettivo prioritario.
Il passaggio più significativo dell’audizione riguarda il giudizio complessivo espresso dall’Istituto sulla proposta di riforma. Secondo Luigi Ricci:
«Dal punto di vista tecnico-scientifico, quindi secondo scienza e coscienza, alcune modifiche della legge 157 del 1992 introdotte con il ddl 1552 non appaiono in linea con gli obiettivi di tutela della biodiversità e dell’ecosistema, né coerenti con un moderno esercizio venatorio rispettoso dei criteri scientifici e dei principi della conservazione della natura.»
L’Ispra non evidenzia soltanto singole criticità tecniche, ma mette in discussione la coerenza complessiva del provvedimento rispetto agli obiettivi di tutela della fauna selvatica previsti dalla normativa italiana ed europea.
Per l’ente scientifico, qualsiasi futura riforma dovrebbe fondarsi su monitoraggi aggiornati, dati scientifici e salvaguardia degli ecosistemi, evitando interventi che possano aumentare la pressione sulle specie più fragili.
Nel corso dell’audizione sono stati presentati anche alcuni dati sull’evoluzione dell’attività venatoria in Italia.
Negli ultimi cinquant’anni il numero dei cacciatori si è ridotto di oltre il 70%, mentre l’età media dei praticanti è oggi compresa prevalentemente tra i 60 e i 70 anni. Il ricambio generazionale appare limitato e le proiezioni indicano un’ulteriore diminuzione naturale del numero dei cacciatori nei prossimi anni.

Secondo l’Ispra, questi dati riflettono un cambiamento culturale profondo: negli ultimi decenni è cresciuta la sensibilità verso la tutela della biodiversità e il ruolo della ricerca scientifica nella gestione della fauna selvatica è diventato sempre più centrale.
Le osservazioni dell’Ispra hanno provocato la dura reazione della Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli). Il direttore generale Danilo Selvaggi ha definito il parere dell’Istituto una «bocciatura pressoché totale» della riforma.
Secondo Selvaggi, le criticità riguardano praticamente tutti gli aspetti principali del disegno di legge, tra cui:
- l’estensione dell’attività venatoria su alcune specie migratrici;
- il ridimensionamento del ruolo dei pareri tecnico-scientifici;
- il possibile prolungamento dei calendari venatori fino a febbraio;
- la reintroduzione dei richiami vivi;
- la trasformazione delle aziende faunistico-venatorie in strutture maggiormente orientate al profitto.
Per il direttore della Lipu, una gestione moderna della fauna dovrebbe invece rafforzare il ruolo della scienza, della tutela delle aree protette e della conservazione delle specie.
L’audizione dell’Ispra riporta al centro una questione fondamentale: la gestione della fauna selvatica richiede valutazioni indipendenti basate su dati scientifici.
La fauna selvatica rappresenta infatti un patrimonio indisponibile dello Stato e la sua tutela è prevista nell’interesse dell’intera collettività.
Le specie animali non presentano tutte lo stesso stato di conservazione: alcune popolazioni risultano stabili, mentre altre attraversano fasi particolarmente delicate che richiedono monitoraggi costanti e misure di protezione specifiche.
Per questo motivo, la normativa europea e quella italiana attribuiscono alla ricerca scientifica un ruolo determinante nella definizione dei limiti e delle modalità dell’attività venatoria.
Il parere espresso dall’Ispra rappresenta uno dei passaggi più rilevanti dell’iter parlamentare della riforma della caccia.
L’ente scientifico dello Stato richiama la necessità che qualsiasi intervento normativo sulla fauna selvatica sia coerente con i principi della conservazione della biodiversità e con il principio di precauzione, cardini delle politiche ambientali europee.
Il confronto politico proseguirà nelle prossime settimane alla Camera dei deputati, ma l’audizione dell’Ispra lascia un messaggio preciso: quando si legifera su biodiversità, fauna selvatica e tutela degli ecosistemi, le decisioni dovrebbero poggiare su evidenze scientifiche e valutazioni tecniche indipendenti.