Una vita libera e indipendente o difficile e ricca di ostacoli? Solo se conosci la realtà saprai quanto vive davvero un gatto randagio: la ricerca degli esperti.
L’ideale di indipendenza e libertà spesso si incarna negli animali che vivono in strada, senza le ‘regole’ di una casa ma anche senza il calore di qualcuno che si prenda davvero cura di loro. Viene dunque spontaneo chiedersi quanto vive davvero un gatto randagio e quali sono le difficoltà che deve affrontare ogni giorno un Micio che non ha padrone, non ha una casa e non ha una famiglia da cui tornare.
C’è chi pensa che la loro vita, priva di obblighi e regole, sia in realtà molto più libera di quanto lo sia quella di un felino abituato al calore di una casa e non doversi procacciare cibo, perché comprato e selezionato apposta per lui. Se pensiamo alle difficoltà e ai reali pericoli della strada, forse quell’ideale di indipendenza e piena libertà di un randagio non ci apparirà poi così positiva.
Infatti ciò che spesso non si considera è che il traffico di auto, costantemente in aumento nelle nostre città, costituisce un concreto rischio per coloro che sono in strada e che addirittura ci vivono, come i senza fissa dimora e gli animali randagi. Tra questi ultimi, anche quello che è considerato furbo e dalle molteplici vite (infatti si dice che i gatti hanno 7 (o 9) vite), il gatto appunto, è comunque in grave difficoltà.
Uno studio australiano, a cui hanno partecipato i dottori John Morton, Tanya Applegate e Jacquie Rand ha dato una risposta granitica e severa: un gatto randagio spesso non vive nemmeno un anno, cioè non arriva a compiere 12 mesi di vita. E come mai questo accade? Per i pericoli della strada: macchine che sfrecciano a tutta velocità, difficoltà nel reperire del cibo, temperature sfavorevoli e difficoltà di trovare un riparo. Insomma una vera lotta per la sopravvivenza, causata anche dalla facile insorgenza di infezioni e malattie, altro che libertà assoluta!
Che la vita di strada sia estremamente difficile è assolutamente vero, e lo dimostrano anche le stime dei felini che, vivendo senza una dimora, non arrivano a compiere l’anno di vita. Ma allo stesso tempo c’è una distinzione importante da fare, poiché non tutti i randagi sono uguali. In particolare vi è una macro distinzione da fare tra felini che vivono in strada, vagando senza una meta precisa e coloro che ‘scelgono’ di vivere lontano dagli esseri umani.
Sono i cosiddetti gatti ‘forastici’, ovvero quelli che preferiscono vivere allo stato rustico e selvaggio, poiché non avvezzi alla vita da appartamento. Spesso si tratta di felini che si sono ormai adattati a vivere in strada e all’aperto dopo essere stati abbandonati o persi, o magari appartenenti a intere generazioni di gatti che vivevano in libertà assoluta.
Infine vi sono le colonie feline, una realtà regolamentata in Italia, che prevede appunto l’unione di due o più gatti che vivono in un determinato territorio (sempre lo stesso), ma senza avere un padrone (cioè senza appartenere a qualcuno). Eppure una sorta di ‘proprietario’ c’è e si tratta di colui/coloro che sono definiti ‘gattari o referenti’, registrati all’Anagrafe e che si prendono cura di loro, dall’alimentazione alle cure alle responsabilità che comportano (in alcuni casi è lecito anche un allontanamento della colonia felina).
L’articolo pubblicato sul The Conversation, che riporta lo studio sopracitato, dà anche una sorta di soluzione al problema: oltre a sensibilizzare la popolazione sulle adozioni più responsabili, l’obiettivo deve essere quello che il minor numero possibile di gatti sia costretto a vivere in strada. In questo modo si avranno meno gatti randagi che si accoppieranno per dare vita a nuovi cuccioli in libertà.
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