Un giudice ha sentenziato la pena per una persona che ha abbandonato al loro destino 35 cuccioli di gatto: ecco che cosa è stato stabilito.
Tutti i giorni purtroppo si verificano episodi disumani a danno di poveri cani e gatti. Quotidianamente, infatti, giungono notizie che riguardano l’abbandono e il maltrattamento degli animali. Si tratta di un problema che interessa la società da tantissimi anni e che le istituzioni cercano di risolvere in modi più o meno efficaci. Ormai venti anni fa, negli Stati Uniti l’abbandono record di 35 cuccioli di gatto è stato punito in maniera esemplare dal giudice, con una sentenza che a oggi non è mai stata più emessa.
Nel 2005, una piccola cittadina dell’Ohio divenne il palcoscenico di un esperimento sociale e legale che avrebbe fatto il giro del mondo, sollevando interrogativi profondi sulla natura della pena e sull’efficacia del sistema rieducativo. Al centro della vicenda, un atto di crudeltà apparentemente banale nella sua frequenza, ma atroce nelle sue conseguenze: l’abbandono di 35 gattini indifesi.
Tutto ebbe inizio in una cupa giornata autunnale, quando una donna di 25 anni decise di disfarsi di diverse cucciolate. La ragazza abbandonò ben 35 gattini, lasciandoli in un’area boschiva isolata. Non fu solo un gesto di noncuranza, ma una condanna a morte quasi certa. Gli animali, privi di svezzamento completo o di difese immunitarie, furono esposti alle temperature rigide dell’Ohio e alla fame. Quando i soccorritori trovarono i piccoli, lo scenario era straziante: molti erano già deceduti per ipotermia e infezioni, mentre i sopravvissuti lottavano contro malattie respiratorie e parassiti.
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L’indignazione pubblica fu immediata. Il caso approdò sul banco di Michael Cicconetti, giudice della Corte municipale di Painesville. Cicconetti non era un magistrato comune; era già noto per la sua filosofia della “giustizia creativa”. Egli credeva fermamente che le pene detentive standard — spesso costose per il contribuente e poco incisive sulla psicologia del reo — fallissero nel loro obiettivo primario: impedire la recidiva attraverso l’empatia.
Di fronte alla giovane imputata, Cicconetti non si limitò a leggere i codici. Egli vide l’opportunità di impartire una lezione che nessun manuale di diritto avrebbe potuto offrire. La donna dovette scegliere tra una detenzione di 90 giorni di carcere in una struttura statale, oppure una pena alternativa, composta da una multa salata, una donazione a un rifugio locale, la libertà vigilata e una notte solitaria nel bosco. La donna scelse la seconda opzione.
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La sentenza prevedeva che venisse lasciata sola in una foresta nel mese di novembre, proprio come i gattini che aveva abbandonato. Non le sarebbe stato permesso di portare con sé cibo, acqua o coperte termiche. L’unica concessione, per ragioni di sicurezza legale e fisica, fu la presenza discreta (ma non d’aiuto) di alcuni agenti nelle vicinanze e la possibilità di accendere un piccolo fuoco per non soccombere al gelo.
L’obiettivo di Cicconetti non era la vendetta. Come dichiarò lui stesso in aula: “Voglio che provi cosa significa sentirsi spaventati, affamati e senza sapere dove sarà il prossimo pasto o quando qualcuno verrà a salvarti”. Era un tentativo di indurre una connessione emotiva tra la colpevole e le sue vittime. L’esecuzione della sentenza scatenò un dibattito feroce tra giuristi, eticisti e l’opinione pubblica. Molti videro in Cicconetti un visionario. In un sistema carcerario spesso sovraffollato, le pene alternative offrono una via d’uscita che colpisce il reo nella sua coscienza anziché limitarsi a sottrargli tempo. La “giustizia riparativa” mira a ristabilire un equilibrio e, in questo caso, l’equilibrio passava attraverso il superamento dell’apatia morale dell’imputata.
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Nonostante le polemiche, la donna portò a termine la sua punizione. Michael Cicconetti ha continuato la sua carriera applicando sentenze simili, diventando un’icona della magistratura “dal volto umano”. Ancora oggi, a distanza di vent’anni, il caso dei 35 gattini dell’Ohio viene studiato nelle facoltà di giurisprudenza. Ci interroga su una domanda fondamentale: qual è il vero scopo della prigione? Se la risposta è la riabilitazione, allora forse sentire sulla propria pelle il freddo di chi abbiamo ferito è più efficace di qualsiasi sbarra di ferro. (di Elisabetta Guglielmi)
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