Una svolta storica quella dello zoo di Bali: le decisioni prese dall’amministrazione del parco rivoluzioneranno la vita degli animali ospitati.
La sensibilità ambientale e il rispetto per i diritti degli animali stanno ridefinendo le rotte del turismo globale. A dimostrarlo è una notizia che arriva da Bali: lo storico zoo dell’isola indonesiana ha annunciato ufficialmente la cessazione definitiva di tutte le attività che prevedono il trasporto di turisti sul dorso degli elefanti. Questa decisione, definita “storica” dagli attivisti e dagli esperti di conservazione, non è solo un cambio di politica aziendale, ma il sintomo di una metamorfosi culturale profonda che sta investendo l’intero Sud-est asiatico. Il passo compiuto dallo Zoo di Bali è un segnale inequivocabile che l’era dell’intrattenimento basato sulla coercizione animale sta giungendo al termine.
Per anni, i visitatori stranieri hanno considerato la passeggiata sull’elefante un’esperienza imperdibile. Negli ultimi anni, la crescente consapevolezza sulle pratiche di addestramento spesso brutali — come il processo noto come phajaan, finalizzato a “spezzare l’anima” dell’animale per renderlo docile — ha spinto i viaggiatori a boicottare queste attività.
Sebbene le comunità indonesiane stiano sviluppando una nuova sensibilità, la spinta propulsiva arriva dai turisti internazionali e dai tour operator che hanno iniziato a rimuovere queste pratiche dai loro cataloghi. Lo Zoo di Bali si unisce così a una schiera sempre più numerosa di attrazioni che preferiscono promuovere incontri basati sull’osservazione e sul rispetto, piuttosto che sul dominio. Nonostante il segnale positivo di Bali, la situazione complessiva nel Sud-est asiatico rimane complessa. Un recente rapporto di World Animal Protection, coordinato dal veterinario ed esperto di fauna selvatica Jan Schmidt-Burbach, offre una fotografia dettagliata della realtà tra il 2024 e il 2025.
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La ricerca, che ha preso in esame 236 località turistiche e quasi 3.000 elefanti, evidenzia una dicotomia netta. Mentre nel 2010, il 92% degli elefanti in cattività veniva utilizzato per il trekking sul dorso; nel 2024, questa percentuale è crollata al 43%. Nonostante il calo delle passeggiate, circa due terzi degli elefanti sfruttati nel settore vivono ancora in condizioni precarie. Molte strutture continuano a detenere gli animali in spazi angusti o a sottoporli a interazioni forzate (come bagni o selfie) che generano comunque stress.
Questo scenario sottolinea che il “passo in avanti” verso la consapevolezza è un processo in corso, ma tutt’altro che concluso. Il rischio è che il turismo si limiti a cambiare “forma” di sfruttamento senza abbracciare una vera etica della conservazione. È troppo facile puntare il dito esclusivamente contro le popolazioni locali che gestiscono queste strutture. La responsabilità dello sfruttamento è condivisa. Da un lato ci sono le necessità economiche di chi vive in aree dove il turismo è l’unica fonte di reddito; dall’altro c’è il desiderio del turista di entrare in contatto con l’animale a ogni costo.
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Il passaggio al turismo etico richiede che l’intera filiera del turismo si faccia carico di educare il viaggiatore, spiegando che un elefante è una creatura senziente con necessità sociali e biologiche complesse che non includono il trasporto di esseri umani. Per comprendere come dovrebbe evolversi il nostro rapporto con la fauna selvatica, è utile affidarsi al parere degli esperti. L’etologa e veterinaria Federica Pirrone ha chiarito, su Kodami, un concetto fondamentale: il turista naturalistico non è un semplice spettatore, ma un soggetto attivo che ha il dovere morale di minimizzare il proprio impatto.
“Se si viaggia con l’obiettivo di osservare gli animali selvatici nel loro habitat, si accetta la responsabilità di interagire in modo etico, minimizzando il disturbo e l’alterazione del paesaggio”, ha commentato Pirrone. Essere un osservatore responsabile significa accettare che l’animale potrebbe non essere visibile, che non si può toccare e che la sua libertà vale molto più di una fotografia scattata da vicino. Questo approccio non solo protegge l’animale, ma apporta un beneficio indiretto alle specie locali: le agenzie che mettono in primo piano la salvaguardia investono parte dei proventi nella protezione degli habitat e nel sostentamento dei santuari, creando un circolo virtuoso di economia sostenibile.
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La scelta dello Zoo di Bali si inserisce in un contesto legislativo e sociale dove i diritti degli animali sono ancora, purtroppo, spesso assenti o poco tutelati. In Indonesia, gli elefanti di Sumatra (sottospecie in grave pericolo di estinzione) sono costantemente minacciati dalla perdita di habitat e dal bracconaggio. In questo scenario, vedere una delle principali attrazioni turistiche rinunciare a una fetta di introiti sicuri per abbracciare una causa etica è un gesto di grande coraggio politico e imprenditoriale. Il futuro del turismo a Bali, e nel resto dell’arcipelago, dipenderà dalla capacità di trasformare gli zoo in veri e propri centri di recupero e conservazione. Luoghi dove l’elefante può tornare a essere elefante, libero di socializzare con i propri simili e di muoversi senza catene, mentre l’uomo impara a osservarlo da lontano, riscoprendo il senso del limite e della meraviglia. (di Elisabetta Guglielmi)
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