Leggi per la tutela degli animali: in Italia i numeri dei reati in un decennio e dei procedimenti penali e condanne fanno riflettere.

L’Italia ha integrato la tutela dell’ambiente e degli animali nella propria Costituzione, ma i tribunali raccontano ancora una storia di fragilità e di “giustizia negata”. A dimostrarlo è il nuovo report di Legambiente, dal titolo “Mai più Green Hill. Verso un’Italia che vede la sofferenza”. Il documento restituisce una fotografia impietosa del sistema sanzionatorio italiano. Secondo i dati, tra il 2011 e il 2017, la metà dei procedimenti penali per reati contro gli animali è finita in un nulla di fatto. L’analisi mostra un paradosso normativo e culturale, che testimonia un aumento costante delle denunce di fronte a una macchina giudiziaria che fatica a trasformare la sofferenza animale in condanne concrete, trattando spesso gli esseri senzienti alla stregua di meri oggetti.
Reati contro gli animali: i dati di Legambiente testimoniano una realtà difficile per i quattro zampe
I dati raccolti da Legambiente sono basati sulle statistiche ufficiali ISTAT e rivelano una discrepanza allarmante tra i reati commessi e le sanzioni irrogate. Nei sette anni analizzati, sono stati registrati 39.151 procedimenti penali per delitti contro gli animali. La quota di condanne rimane, però, marginale.

Nelle Corti d’Appello italiane si sono contate circa 850 sentenze di condanna all’anno, a fronte di una media stimata di 5.600 procedimenti avviati. Questo significa che solo una frazione minima dei casi giunge a una sanzione definitiva. Il dato più critico riguarda l’archiviazione: il 70% dei procedimenti nasce contro ignoti, finendo inevitabilmente nel cassetto. Del restante 30%, dove un colpevole viene identificato, oltre la metà viene comunque archiviata per ragioni che vanno dalla prescrizione alla “tenuità del fatto”, fino all’infondatezza della notizia di reato. Nonostante l’alta percentuale di insuccessi giudiziari, la sensibilità sociale è in crescita.
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Dal 2011 al 2017 si è registrato un incremento medio annuo del 4,2% dei procedimenti, segno che i cittadini denunciano con maggiore frequenza. Legambiente stima che, dal 2005 al 2024, siano stati avviati complessivamente circa 112.000 procedimenti per uccisioni, maltrattamenti, combattimenti illegali e spettacoli cruenti.

Antonino Morabito, responsabile nazionale CITES e benessere animale di Legambiente, sottolinea come il problema non sia solo procedurale, ma profondamente culturale. I delitti contro gli animali compaiono nei registri giudiziari fino a 380 volte meno rispetto ai delitti contro il patrimonio. In altre parole, la legge sembra ancora dare più peso al danneggiamento di un oggetto inanimato che alla tortura di un essere vivente. Considerare gli animali come esseri senzienti “quasi sempre scompare dai verbali e dalle sentenze”, afferma Morabito. Questo processo di “reificazione” riduce l’animale a un oggetto di violenza, ignorando la sua capacità di soffrire.
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Nonostante la riforma del Codice Penale del 2025 abbia inasprito alcune pene, restano zone d’ombra inaccettabili. Molte condotte lesive sono ancora classificate come semplici “contravvenzioni” all’interno di leggi speciali, come la 157/1992 sulla fauna selvatica. L’esempio più eclatante è quello del bracconaggio. Legambiente chiede con forza che l’Italia recepisca entro maggio la direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, introducendo delitti autonomi per il bracconaggio, la pesca di frodo e il traffico di specie protette.

Legambiente propone una visione olistica che vada oltre la sola repressione penale. La tutela degli animali deve diventare una politica pubblica coordinata, basata su quattro pilastri fondamentali. Il primo è quello della riforma del sistema sanitario e veterinario, dato che è necessario invertire la rotta sulla carenza di personale veterinario nel settore pubblico. L’obiettivo proposto è ambizioso: raddoppiare entro il 2035 il numero di medici veterinari e delle strutture pubbliche nel Sistema Sanitario Nazionale, garantendo assistenza anche nei territori economicamente più fragili. Solo una presenza capillare dello Stato può garantire il monitoraggio del benessere animale. Il secondo è quello della prevenzione educativa. Legambiente punta a coinvolgere, entro cinque anni, almeno il 10% della popolazione giovanile in situazioni di vulnerabilità sociale in percorsi educativi specifici. L’obiettivo è sviluppare competenze empatiche attraverso la relazione con l’animale, inteso come compagno di vita e non come strumento.
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Il terzo è la revisione dei modelli produttivi. La proposta centrale è l’eliminazione totale delle gabbie negli allevamenti, un simbolo di violenza che la scienza ha ormai dimostrato essere incompatibile con i minimi standard di benessere animale. Il quarto è infine il monitoraggio, dato che viene richiesta la creazione di un Osservatorio nazionale sui delitti contro gli animali. Uno strumento essenziale per raccogliere dati in tempo reale, individuare le criticità territoriali e orientare le politiche pubbliche in modo consapevole, evitando che migliaia di denunce continuino a cadere nel vuoto. Come ricordato da Legambiente, un sistema che ignora il dolore degli animali è un sistema che ha fallito nel suo compito primario di cura e tutela della vita. (di Elisabetta Guglielmi)