Si riapre la stagione di caccia: in Italia i cacciatori diminuiscono leggermente di numero, ma torna lo scontro sulla riforma.
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La stagione venatoria 2026-2027 si è aperta ufficialmente la scorsa domenica 20 settembre con un dato che restituisce la misura del profondo cambiamento avvenuto nel mondo della caccia italiana. Tra le consuete polemiche e accesi dibattiti, prende il via il periodo dell’anno in cui è ammesso dalla legge sparare ad alcune specie viventi. Un appuntamento annuale che vede le associazioni ambientaliste e animaliste battersi in prima linea per la sicurezza e la tutela non solo degli animali uccisi dai cacciatori, ma anche delle persone che sono solite passeggiare nei boschi e vivere la natura.
Quest’anno l’inizio delle doppietta arriva in un clima di forte tensione politica e giuridica. Alla Camera dei deputati è infatti in discussione la proposta di riforma della legge 157 del 1992, il principale riferimento normativo per la protezione della fauna selvatica e il prelievo venatorio, fortemente contestata dalle associazioni ambientaliste ed evidenziata come critica anche dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dal Centro italiano studi ornitologici (Ciso). A questo quadro si aggiunge la netta posizione dell’opinione pubblica emersa da un recente sondaggio Ipsos Doxa commissionato dalla Fondazione Capellino: tre italiani su quattro si dicono favorevoli ad abolire la caccia, a ridurla fortemente o a limitarla ai soli casi di emergenza.
Secondo i dati più aggiornati raccolti dalla Lega per l’abolizione della caccia (Lac) nel suo approfondimento Cacciatori in Italia: i numeri reali, la categoria dei cacciatori è diminuita drasticamente nel corso di mezzo secolo. I dati ufficiali dei tesserini venatori regionali indicano che nella stagione 2025-2026 i cacciatori italiani sono stati 429.484. Un numero lontano dai circa due milioni registrati negli anni Settanta.
«Si tratta dello 0,8% della popolazione, con riferimento al numero totale di cittadini italiani residenti in Italia al 1/1/2026 (53.383.000), escludendo quindi i 5.560.000 stranieri censiti», precisa l’associazione. Il conteggio non include chi pratica la caccia illegalmente: i bracconieri. La distribuzione sul territorio non è uniforme e rispecchia l’estensione delle aree rurali e la tradizione locale: Toscana, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna concentrano la quota più rilevante di tesserati, mentre nelle grandi aree urbane il fenomeno ha un peso demografico decisamente più contenuto.
Il Wwf Italia sottolinea come i cittadini che hanno sottoscritto la petizione Stop caccia selvaggia (468.806 italiani) abbiano ormai superato il numero dei cacciatori registrati nel Paese. Dante Caserta, direttore Affari legali istituzionali del Wwf, evidenzia come «una parte della politica, ostaggio dei cacciatori e degli armieri, continua a considerare la fauna selvatica come un bersaglio anziché come un patrimonio comune da proteggere». Sulla stessa linea l’Enpa, che definisce l’avvio della stagione «un fallimento» dell’immagine del cacciatore come “bioregolatore”, contestando anche la ricostituzione del Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale inserita nel decreto-legge 144/2026.
A rendere particolarmente complesso e teso il quadro di quest’anno è la gestione dei calendari venatori e delle pre-aperture. Sebbene la terza domenica di settembre sia la data generale stabilita dalla legge 157, le regole effettive e i calendari dipendono dalle singole Regioni, molte delle quali hanno autorizzato giornate di preapertura a inizio settembre per l’uccisione di specie come la cornacchia, la ghiandaia o il colombaccio. Il Wwf, in particolare, ha puntato l’attenzione sul problema legato alla mancata sospensione da parte del Tar, senza la quale non è possibile agire contro questo fenomeno. Secondo la nuova legge, le associazioni ambientaliste non possono più ottenere la sospensione immediata della caccia, neanche in caso di chiara illegittimità, vanificando il senso stesso del ricorso al Tar.
Intervistato da Kodami, Domenico Aiello, responsabile tutela giuridica della Natura del Wwf Italia, ha spiegato come si sia di fronte a una vera e propria violazione della Costituzione e delle indicazioni dell’Europa. Domenico Aiello ha ricordato che quest’anno le organizzazioni non governative non hanno potuto presentare ricorso al Tar per bloccare le pre-aperture e limitare l’impatto sulle specie selvatiche durante la nidificazione o migrazione.
Aiello ha sottolineato che «moltissime Regioni hanno autorizzato la caccia in deroga, cioè hanno dato l’ok all’uccisione di specie protette che non dovrebbero essere cacciate», in aperto contrasto con le direttive europee. Se negli anni passati il Wwf era riuscito a opporsi con successo all’apertura anticipata dato che «le pre-aperture devono essere adeguatamente motivate, ma spesso non lo sono», quest’anno ciò non è stato possibile perché lo «scorso anno è stato modificato l’articolo 18 della legge 157 del ’92 per impedire alle associazioni di impugnare in maniera efficace i calendari venatori». Una modifica che violerebbe l’articolo 24 della Costituzione. Secondo Aiello, la modifica dell’articolo 18 rappresenta un’anticipazione della ratio con cui verrà gestita la fauna se la riforma dovesse passare, ricordando che «tutelare la biodiversità è richiesto dalla Costituzione, ma per farlo dobbiamo avere strumenti democratici. In gioco c’è una Natura che appartiene a tutti».
Il problema è che, sulla base della nuova normativa e delle deroghe, è possibile cacciare anche specie in via di estinzione come la tortora selvatica. Parallelamente, l’allarme lanciato dalla Lipu riguarda il rinvio a novembre della discussione in Commissione Agricoltura alla Camera e il rischio di estromettere i criteri scientifici: il ridimensionamento del ruolo dell’Ispra e l’allungamento dei tempi di caccia rischiano infatti di portare l’Italia verso una procedura d’infrazione europea, non rispettando i cicli biologici, le migrazioni e la riproduzione della fauna.
Come è stato rivelato da diversi studi, la biodiversità ormai è purtroppo a rischio e le specie in via di estinzione o in pericolo sono in netto aumento. La Lista rossa del report dell’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) mostra un considerevole aggravamento della situazione, confermando l’urgenza di intervenire prima che sia troppo tardi. Se da un lato organizzazioni internazionali come la Search for Lost Birds si impegnano sul campo per la salvaguardia e il ritrovamento di specie ritenute estinte (come accaduto per il piccolo Dusky Tetraka in Madagascar), sul territorio nazionale la sfida resta aperta. Perché il bracconaggio e la caccia possano finalmente scomparire è necessaria la diffusione di una coscienza civica globale, che ad oggi appare fondamentale per garantire un futuro alla natura e alla sicurezza di tutti.
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