La protesta sui social dopo che un uomo ha condiviso il video con un pony per farsi pubblicità: la denuncia per tutelare gli animali maltrattati.

Il confine tra una strategia di marketing eccentrica e l’illecito penale si fa sempre più sottile nell’era dei social media. L’ultimo caso che ha scosso l’opinione pubblica riguarda un commerciante di Caivano, in provincia di Napoli, che ha deciso di utilizzare un pony come “modello” d’eccezione per pubblicizzare i capi d’abbigliamento del proprio negozio. Tuttavia, dietro le luci dei ring e l’obiettivo dello smartphone, ciò che emerge è un quadro inquietante di vessazioni ai danni di un animale inerme.
Il video sui social che ha scatenato la polemica tra gli animalisti per i maltrattamenti del pony
Il video, diventato virale dopo essere stato denunciato dal parlamentare Francesco Borrelli (Alleanza Verdi-Sinistra), mostra l’animale visibilmente spaventato, strattonato e costretto a muoversi in un ambiente — un locale commerciale — del tutto incompatibile con le sue necessità etologiche. Questo episodio apre una voragine di riflessioni su quanto la ricerca di “like” e visibilità stia portando allo sdoganamento del maltrattamento animale in contesti quotidiani.

Per comprendere le implicazioni legali di tale gesto, è fondamentale analizzare la cornice normativa italiana. Secondo l’avvocata Laura Mascolo, esperta in diritti animali e consulente di Horse Angels O.D.V., l’azione del commerciante non è solo eticamente discutibile, ma potenzialmente sanzionabile sotto diversi profili. L’articolo 544-ter del Codice Penale punisce chiunque sottoponga un animale a fatiche o comportamenti insopportabili per le sue caratteristiche biologiche. Nel caso di Caivano, il pony manifesta chiari segni di disagio.
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Gli equidi sono animali estremamente sensibili a rumori forti, urla e movimenti bruschi. Far transitare un cavallo o un pony tra scaffali e pavimenti scivolosi rappresenta una forzatura che genera terrore nell’animale. Un punto di svolta fondamentale è rappresentato dalla recente Legge n. 82/2025, che ha innalzato significativamente la soglia di protezione.

Oggi gli animali non sono più considerati meri “oggetti” di proprietà, ma soggetti di diritti e destinatari diretti di protezione. Se venisse accertato il reato di maltrattamento, il commerciante rischierebbe una reclusione da sei mesi a due anni o una multa fino a 30mila euro. La Convenzione Europea di Strasburgo del 1987 vieta espressamente l’uso di animali da compagnia per scopi pubblicitari se non ne viene salvaguardato il benessere. Chiunque intenda utilizzare un animale per uno spot o una promozione dovrebbe consultare i regolamenti comunali e regionali, che spesso impongono standard rigorosi che un retrobottega di Caivano non può certamente garantire.
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Mentre il maltrattamento di cani e gatti suscita un’indignazione immediata e corale, quello dei cavalli avviene spesso in zone d’ombra. La testimonianza di Mascolo e delle associazioni come Italian Horse Protection e Horse Angels rivela una realtà sistemica brutale, fatta di cavalli stramazzati al suolo sotto il sole cocente (come il celebre caso della Reggia di Caserta) al doping nelle corse ufficiali per migliorare le prestazioni. Esistono reti criminali che rubano farmaci da ospedali e poli logistici per dopare gli equidi, mettendo a rischio la vita dell’animale e la sicurezza della filiera alimentare.

Quando un cavallo non è più redditizio, purtroppo entrano in gioco quelli che vengono chiamati “spazzini del web”, soggetti che si offrono di adottare cavalli anziani o non più performanti promettendo loro “pensioni” in paradisi naturali. Fino a poco tempo fa, il sistema era facilitato dal “Codice Z”, un codice di cancellazione nel database nazionale equino che permetteva di far “sparire” legalmente un animale. Grazie alle denunce delle associazioni, oggi questo strumento è stato limitato esclusivamente alle ASL, riducendo le possibilità di frode da parte di funzionari compiacenti.
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Il pony di Caivano non è un “oggetto di scena”, ma un essere senziente la cui dignità è stata calpestata per una manciata di visualizzazioni. Questo episodio deve servire da monito: la legge sta cambiando e la sensibilità sociale sta crescendo. Chi sceglie di usare la sofferenza animale come strumento di marketing non sta solo compiendo un errore di comunicazione, ma si sta esponendo a conseguenze penali severe. (di Elisabetta Guglielmi)