A quarant’anni anni dalla scomparsa di Dian Fossey, la donna che ha dedicato la vita a salvaguardare e tutelare i gorilla.
26 dicembre 1985. L’aria fredda dell’alba si alza tra la fitta nebbia del Volcanoes National Park in Rwanda. I raggi del sole che penetrano la foresta pluviale, per la prima volta da quando si era trasferita lì, non possono riscaldare Dian Fossey. Lei non c’è più. Il suo corpo senza vita è stato lasciato al Karisoke Research Center, dove viveva da diverso tempo nel cuore dei monti Virunga dove abitava la specie a lei più cara, quei gorilla di montagna a rischio di estinzione a causa del bracconaggio. Sono passati quarant’anni da quel giorno e ancora i colpevoli della morte della “signora dei gorilla” non sono stati identificati.
Dian Fossey è stata la più grande primatologa americana che in Rwanda si è impegnata per salvaguardare e tutelare i grandi primati dai bracconieri. Le sue battaglie e il suo impegno hanno permesso di compiere notevoli passi avanti nella conservazione e nella tutela dei gorilla di montagna.
Negli anni Settanta i bracconieri spadroneggiavano in Africa, uccidendo senza alcun ritegno migliaia di animali oggi a rischio estinzione. Fossey è stata tra i primi studiosi a combattere per difendere i gorilla. Dopo l’uccisione dell’esemplare che da anni osservava, un gorilla di montagna a cui aveva dato il nome Digit, Dian fondò nel 1978 il Digit Fund, un’organizzazione no.profit dedicata alla salvaguardia della specie.
L’associazione creata in Rwanda in ricordo della donna che ha difeso i gorilla, la Dian Fossey Gorilla Fund, ha condiviso sulla propria pagina Facebook (all’account social @ Dian Fossey Gorilla Fund) un commovente post in occasione del quarantesimo anniversario della morte di Dian. Nel testo, che accompagna alcuni dei più celebri scatti della primatologa (e che possono essere visti al seguente link) si legge: “Quando Dian arrivò in Ruanda nel 1967, stabilì un approccio rivoluzionario che avrebbe rimodellato la conservazione. Monitoraggio quotidiano e a lungo termine, relazioni profonde con le famiglie dei gorilla e la convinzione che scienza e protezione debbano funzionare mano nella mano. Al Karisoke Research Center — che all’inizio era poco più di poche tende — ha sviluppato metodi che il Fossey Fund pratica ancora oggi”.
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I fondatori dell’associazione proseguono nel post ricordando che Dian “ha dimostrato al mondo che proteggere una specie richiede costanza, presenza e profondo rispetto. Ci ha insegnato ad osservare attentamente, registrare meticolosamente e coinvolgere le comunità locali come partner nella conservazione. Questi principi guida non sono finiti con la sua vita. Oggi, i suoi sforzi formano la base del nostro lavoro. Questa è l’eredità di Dian, non un ricordo, ma una pratica vivente portata avanti da oltre 400 dipendenti del Fossey Fund, ricercatori e partner locali”. Il post si conclude con questa riflessione: “E il 26 dicembre, quarantesimo anniversario della sua scomparsa, avete una straordinaria opportunità per rafforzare il lavoro iniziato. Ogni regalo fatto in questo giorno sarà abbinato quattro volte. La tua generosità andrà oltre per proteggere i gorilla, per far progredire la scienza che Dian è stata pioniera e garantire che i suoi metodi durino per le generazioni a venire”.
Dian Fossey ha dedicato la sua vita a proteggere la fauna selvatica, arrivando a inoltrarsi quotidianamente nella foresta alla ricerca delle trappole da distruggere, ad attivare vere e proprie pattuglie per fermare il bracconaggio e contrastare il turismo non etico nella zona. La scienziata era arrivata al Parco Nazionale Virunga alla fine degli anni Settanta e sin da subito cambiò le modalità di relazionarsi con i gorilla di montagna. Gli zoologi e i primatologi precisano che grazie proprio alla creazione del Karisoke Research Center, sono stati salvati tantissimi primati.
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Fossey aveva un’abilità unica nel muoversi nella foresta e prendere parte alla normalità della vita tra le specie che vi abitavano. La scienziata riusciva a rimanere a distanza ravvicinata dai gorilla di montagna. Facendo attenzione ai loro comportamenti, è riuscita a comprendere anche l’etologia dei gruppi e i loro legami sociali. Fossey riusciva a riconoscere ogni singolo individuo attraverso lo sguardo, la forma del volto e il tipo di comportamento che aveva. Dal suo diario è stato tratto il libro “Gorilla nella nebbia”, diventato famoso grazie al film del 1988 Sigourney Weaver (che nel 1989 ricevette un Golden Globe come “migliore attrice in un film drammatico”) interpreta il personaggio di Fossey.
Fossey ha dato il via al percorso di conservazione e tutela della specie. Oggi sono rimasti circa mille gorilla di montagna, distribuiti in un areale che si espande tra l’Uganda, il Rwanda, la Repubblica Democratica del Congo e sui Monti Virunga. Le informazioni oggi in possesso sul linguaggio delle scimmie, grazie a Fossey, ricordano ancora una volta l’incredibile somiglianza che esiste tra gli esseri umani e le scimmie e, allo stesso tempo, fa comprendere quanto possa essere sbagliato tenere reclusi all’interno di gabbie e giardini zoologici, o tenere come animali domestici in casa, questi meravigliosi esemplari.
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I gorilla sono scimmie antropomorfe e insieme agli esseri umani fanno parte della famiglia degli ominidi, condividendo circa il 98% del loro DNA con gli umani. Gli orango (noti secondo la classificazione tassonomica di Linneo del 1760 con il nome di Pongo pygmaeus) sono primati appartenenti alla famiglia degli ominidi. Scimmie antropomorfe come gli scimpanzé e come i gorilla che condividono circa il 94% del loro DNA con gli esseri umani, gli orango tango condividono tantissime caratteristiche con gli esseri umani. Gli scimpanzé comuni (noti secondo la classificazione tassonomica di Blumenbach del 1775 con il nome di Pan troglodytes) sono primati appartenenti alla famiglia degli ominidi e al genere Pan. Insieme al bonobo, gli scimpanzé sono la specie viventi evolutivamente più affine all’Homo sapiens tanto che secondo alcuni scienziati dovrebbero essere riclassificate nel genere Homo. Scimmie antropomorfe, gli scimpanzé condividono circa il 94% del loro DNA con gli esseri umani. (di Elisabetta Guglielmi)
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