È morta Biruté Galdikas, la donna che ha dedicato la vita agli oranghi: una promessa nel Borneo e una vita intera senza voltarsi indietro
È morta il 24 marzo, a 79 anni, dopo una lunga malattia. Con la scomparsa di Biruté Galdikas si chiude una delle pagine più intense della storia della scienza sul campo. La donna che ha dedicato la vita agli oranghi era l’ultima delle cosiddette Trimates, le tre ricercatrici scelte dal paleoantropologo Louis Leakey per studiare da vicino i grandi primati.

Insieme a Jane Goodall e Dian Fossey, ha cambiato per sempre il nostro modo di comprendere gli animali e il nostro rapporto con la natura. Nata nel 1946 in Germania da genitori lituani in fuga, cresciuta in Canada, Galdikas arrivò nel Borneo nel 1971 con uno zaino, un taccuino e una promessa: studiare gli oranghi nella foresta. Nessuna strada, nessuna elettricità, nessuna certezza.
Solo una scelta radicale che avrebbe segnato tutta la sua esistenza. La donna che ha dedicato la vita agli oranghi non se n’è più andata davvero da lì. Per oltre cinquant’anni ha vissuto tra fango, pioggia e silenzi, seguendo gli oranghi giorno dopo giorno. Ha scelto di restare quando sarebbe stato più semplice tornare indietro.
E proprio in quella scelta, lontana da tutto, ha costruito la sua eredità.
Biruté Galdikas: una vita nella foresta tra studio e resistenza
Nel Parco nazionale di Tanjung Puting fondò il Camp Leakey, un campo di ricerca immerso nella foresta pluviale. All’inizio gli oranghi erano considerati impossibili da studiare: solitari, silenziosi, sempre nascosti tra gli alberi. Per settimane li seguì senza riuscire ad avvicinarli. Poi cambiò approccio.

Rallentò. Imparò ad aspettare. Quella pazienza le permise di ottenere risultati che nessuno aveva mai raggiunto. In pochi anni raccolse più dati sugli oranghi di quanti ne esistessero fino ad allora. La donna che ha dedicato la vita agli oranghi entrò letteralmente nel loro tempo, osservando ogni gesto, ogni abitudine, ogni silenzio. Tra le sue scoperte più importanti:
- una dieta composta da oltre 400 alimenti diversi
- uno stile di vita prevalentemente solitario
- legami profondi tra madre e cucciolo
- un intervallo tra le nascite di 7-8 anni
Quest’ultimo dato ha cambiato la biologia della conservazione. Una specie che si riproduce così lentamente non può permettersi perdite. Ogni orango ucciso rappresenta anni di futuro cancellati.
Cosa resta oggi della donna che ha dedicato la vita agli oranghi?
Ma la donna che ha dedicato la vita agli oranghi non si fermò alla ricerca. Si occupò anche dei cuccioli rimasti senza madre, vittime del bracconaggio e della deforestazione. Li accoglieva, li cresceva e li reintroduceva nella foresta. Attraverso la Orangutan Foundation International, fondata nel 1986, ha contribuito alla liberazione di oltre 500 oranghi. Un lavoro lungo, complesso, spesso criticato. Ma i risultati le hanno dato ragione.

Galdikas ha trascorso più di centomila ore nella foresta, conducendo lo studio più lungo mai realizzato su un mammifero da un singolo ricercatore. Una dedizione totale, lontana dalle telecamere, fatta di fango, pioggia e silenzio. Mentre il mondo cambiava, lei restava lì. Con la morte di Dian Fossey nel 1985 e quella di Jane Goodall, Galdikas era rimasta l’ultima testimone di quell’epoca. Un’epoca in cui la ricerca significava vivere per anni nello stesso luogo, senza tecnologia, senza scorciatoie.
Oggi il suo lavoro continua. Il campo nel Borneo è ancora attivo, e centinaia di persone portano avanti la sua missione. Ma qualcosa si è chiuso per sempre. La donna che ha dedicato la vita agli oranghi lascia un’eredità che va oltre la scienza: è una lezione di tempo, di rispetto e di scelta.
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Il suo ultimo desiderio era tornare nel Borneo, accanto alla foresta che aveva scelto quando tutto suggeriva il contrario. In fondo, non aveva mai davvero smesso di esserci.