Chi era la giornalista Amal Khalil, uccisa in Libano dai droni israeliani, difendeva gli animali e si prendeva cura degli esemplari feriti dalle bombe.

La cronaca di guerra è spesso un freddo elenco di numeri, coordinate geografiche e nomi che svaniscono nel rumore di fondo dei notiziari internazionali. Tuttavia, dietro ogni nome si cela un universo di passioni, valori e azioni che definiscono l’essenza di un essere umano. La tragica scomparsa di Amal Khalil, giornalista libanese di 42 anni uccisa da un attacco di droni israeliani nel sud del Libano, non rappresenta solo l’ennesimo attacco alla libertà di stampa, ma la perdita di una donna che aveva scelto di non distogliere lo sguardo nemmeno davanti alla sofferenza dei più vulnerabili tra i vulnerabili: gli animali.
La morte della giornalista che si prendeva cura degli animali: Amal Khalil è morta sotto le bombe in Libano
Inviata del quotidiano Al-Akhbar, Amal Khalil si trovava nel sud del Paese per documentare l’escalation del conflitto che sta martoriando la regione. Secondo le ricostruzioni e i dati del Committee to Protect Journalists, la sua morte è avvenuta a seguito di un doppio attacco mirato: un primo drone ha colpito il veicolo su cui viaggiava e un secondo ha centrato il luogo in cui aveva cercato riparo.

Il suo nome si aggiunge a una lista dolorosa che conta ormai almeno 11 giornalisti uccisi in Libano dall’ottobre 2023. Ma se il mondo la piange come professionista dell’informazione, chi la conosceva sul campo la ricorda per un tratto distintivo della sua anima: la sua profonda empatia verso le creature silenziose, vittime dimenticate di ogni esplosione.
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In un contesto di guerra, dove la sopravvivenza umana diventa l’unica priorità, Amal Khalil aveva deciso che la sua compassione non dovesse avere confini di specie. Le associazioni locali di tutela animale, come Animals Lebanon, hanno reso omaggio alla giornalista diffondendo immagini che la ritraggono non solo con il taccuino o il microfono in mano, ma intenta a soccorrere cani e gatti spaventati dai bombardamenti.

“Amal ha dimostrato compassione nei momenti che contavano, prendendosi cura degli animali. In mezzo a tutto, non ha distolto lo sguardo”, scrivono i volontari che hanno collaborato con lei. Parole he delineano il profilo di una donna che considerava la sofferenza animale come parte integrante del dramma bellico. Per Amal, la protezione degli animali non era un hobby, ma un’estensione naturale del suo impegno civile.
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Uno degli ultimi contenuti condivisi da Amal sul suo profilo Instagram è un video potente e malinconico che ritrae un gruppo di cavalli allo stato brado, che vagano tra le macerie degli edifici distrutti. Nel post, la giornalista scriveva: “Tre cavalli dispersi tra gli avidi e i costruttori dopo essere stati sfollati da chi li accudiva”. Con poche parole, Amal era riuscita a sintetizzare la tragica condizione di quegli animali: creature maestose un tempo accudite e ora abbandonate a causa di un conflitto alimentato dall’avidità umana. Quei cavalli, sperduti in un paesaggio post-apocalittico, sono diventati il simbolo della sua missione: dare voce a chi non può gridare il proprio dolore.

La morte di Amal Khalil solleva interrogativi urgenti sulla sicurezza dei giornalisti nelle zone di crisi, ma invita anche a una riflessione più profonda sulla natura della compassione. In un mondo sempre più forgiato sulla violenza, la figura di una giornalista che si ferma tra un raid e l’altro per nutrire un cane randagio o documentare lo smarrimento di un cavallo è un faro di umanità. La scomparsa di Amal è descritta come una “perdita per tutti”, perché persone capaci di estendere la propria empatia ai più deboli sono quelle che mantengono vivo il tessuto morale di una società, specialmente quando questa rischia di essere lacerata dall’odio.
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Oggi, il modo migliore per onorare Amal Khalil è ricordare che, fino all’ultimo istante, ha scelto di essere una voce per gli oppressi, umani o animali che fossero. Il suo lascito risiede in quei video, in quelle foto e in quei racconti di salvataggio che continuano a circolare in rete, ricordando che anche sotto il cielo più scuro del Libano, la gentilezza ha trovato il modo di esistere. (di Elisabetta Guglielmi)