Ciacola e Gino Paoli: la storia vera della gatta che salvò la vita al cantante diventando una canzone memorabile e una leggenda della musica italiana.
La storia della musica italiana è costellata di grandi amori, passioni tormentate e rivoluzioni stilistiche, ma poche vicende possiedono la purezza e l’intensità emotiva del legame che unì un giovane, squattrinato artista genovese a una gatta siamese di nome Ciacola. Non è solo la cronaca di un’amicizia tra un uomo e un animale; è la genesi di un mito, il racconto di una salvezza reciproca e il fondamento di una delle canzoni più iconiche del nostro canone culturale: La Gatta.
Oggi, mentre la musica italiana piange la scomparsa di Gino Paoli, mancato all’età di 91 anni, quella soffitta a Boccadasse non sembra più un luogo fisico, ma un altare della memoria dove il tempo si è fermato a guardare il mare.
Genova, primi anni Sessanta. Il quartiere di Boccadasse è un intrico di caruggi e salsedine, dove le case sembrano arrampicarsi l’una sull’altra per rubare un centimetro di orizzonte. In cima a una di queste, in una soffitta piccola e spoglia, viveva un giovane Paoli. Erano anni di “fame creativa”, in cui il successo era un’ipotesi remota e la quotidianità era fatta di tele da dipingere, accordi cercati sulla chitarra e il freddo pungente che entrava dalle fessure dei vetri.
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In quel microcosmo sospeso non c’era spazio per il superfluo, ma c’era posto per Ciacola. Il suo nome, un omaggio alle origini venete del cantautore, significava “chiacchiera”. I siamesi, si sa, hanno una vocalità particolare, quasi umana, e Ciacola non faceva eccezione: non si limitava a miagolare, ma sembrava intessere lunghi dialoghi con il suo compagno umano, riempiendo i silenzi di una casa senza riscaldamento e senza lussi.
Il rapporto tra Gino e Ciacola non era fatto di sguardi a distanza, ma di una fisicità costante. La gatta viveva letteralmente addosso a lui. Mentre Paoli dipingeva o scriveva, lei trovava il suo posto sulla sua pancia o sulle sue spalle. Era un’osmosi tale che il cantautore amava raccontare un dettaglio quasi surreale: a causa di quella vicinanza perenne, aveva sviluppato una “strana abbronzatura”.
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Sul ventre, proprio dove la gatta si accoccolava ogni giorno, la pelle era rimasta chiara, protetta dal corpo caldo e scuro della siamese, mentre il resto del corpo prendeva il sole della Liguria. Quella macchia chiara sulla pelle era il segno tangibile di un’appartenenza, il sigillo di un’unione che andava oltre il semplice possesso di un animale domestico.
Molti conoscono La Gatta per il suo ritmo sbarazzino, quasi infantile, ma pochi sanno che senza Ciacola, la discografia italiana avrebbe perso il suo autore più intimo prima ancora che potesse fiorire. In una serata particolarmente gelida, la tragedia sfiorò quella soffitta in modo subdolo e silenzioso. Paoli stava dipingendo, concentrato sulle sue forme e i suoi colori, mentre una vecchia stufa a gas liquido cercava di mitigare il freddo.
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Il gas, più pesante dell’aria, iniziò a saturare la stanza partendo dal basso, invisibile e letale. Ciacola, che riposava su di lui, iniziò a manifestare un’irrequietezza insolita. Miagolava con un’insistenza che non era più “chiacchiera”, ma allarme. Incuriosito, Paoli la mise a terra. Immediatamente, la gatta si accasciò, stordita dalle esalazioni che si stavano accumulando sul pavimento. Riprendendola in braccio, l’animale sembrava rianimarsi nell’aria più pulita degli strati alti della stanza.
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Quando il gesto si ripeté — lui la posava, lei sveniva — Gino capì. Si sdraiò a terra accanto a lei e fu investito dall’odore dolciastro e soffocante del gas. Spalancò la finestra, lasciando che il vento di Boccadasse portasse via la morte. In quel momento, la gatta non aveva solo salvato un uomo; aveva salvato la Bellezza che quell’uomo avrebbe regalato al mondo. Come accade nelle parabole della vita, il successo arrivò e portò con sé il cambiamento. La soffitta divenne troppo piccola per le ambizioni e le necessità di un artista ormai affermato.
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Arrivarono le case grandi, i comfort, i giardini. Ma Ciacola non sopravvisse a lungo a quel passaggio. Per anni circolò la leggenda romantica che fosse morta di nostalgia, incapace di respirare un’aria che non fosse quella di Boccadasse. La realtà, come spesso accade, fu più cruda e terrena: un’occlusione intestinale causata dai boli di pelo, conseguenza di quella pulizia ossessiva tipica dei felini. Tuttavia, per Paoli, la fine fisica di Ciacola coincise con la fine di un’epoca. Il dolore della perdita si mescolò al rimpianto per un tempo in cui, pur non avendo nulla, si sentiva “intero”.
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“Ora non abito più là, tutto è cambiato, non abito più là, ho una casa bellissima… ma io ripenso a una gatta”. Questi versi non sono solo il testo di una canzone; sono il manifesto di un’insoddisfazione esistenziale che colpirà Paoli per tutta la vita. La consapevolezza che la “casa bellissima” del successo non potrà mai competere con la “finestra che guardava il mare” e con la presenza silenziosa di chi ci ha amato quando non eravamo nessuno.
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L’amore per quella gatta e per la specie felina in generale divenne per Gino Paoli un tratto distintivo della personalità. Anni dopo, durante una tournée a Hong Kong, in una notte annebbiata dai fumi dell’alcol e dalla malinconia del viaggio, il cantautore decise di rendere quel legame eterno. Si fece tatuare un gatto sul braccio: era il ritorno di Ciacola, un modo per averla ancora vicino, proprio come in quella soffitta, per non dimenticare mai da dove tutto era partito.
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La storia di Ciacola ci ricorda che l’ispirazione più pura nasce dall’intimità, dal silenzio e dal contatto con la natura. Ciacola non è stata solo l’ispiratrice di un brano di successo; è stata la custode di un’anima inquieta. Ha vegliato sul sonno di un artista, lo ha svegliato quando la morte bussava alla porta e gli ha insegnato che il valore delle piccole cose. Con la scomparsa del cantante, resta la sua musica. E ogni volta che risuoneranno le note della canzone, non si potrà fare a meno di immaginare una macchia nera sul muso, uno sguardo rivolto al mare e una finestra spalancata sulla vita. (di Elisabetta Guglielmi)
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