Dal cigno ai rondoni è emergenza fauna selvatica: dalle tossine del Naviglio all’impatto dei cambiamenti climatici sul fragile equilibrio dell’ecosistema.
Le immagini del cigno reale estratto dalle acque del Naviglio, completamente avvolto da una patina scura e oleosa, hanno riportato al centro del dibattito pubblico le fragilità del territorio e l’impatto delle attività umane sulla biodiversità locale. Il recupero dell’esemplare, avvenuto a seguito di uno sversamento di liquami che ha interessato la rete idrica milanese, ha mostrato solo la manifestazione più visibile di una crisi ecologica strutturale e diffusa.

Attualmente ospitato presso il Centro Recupero Fauna Selvatica di Roma (CRAS) Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) “La Fagiana” di Magenta, l’animale versa in condizioni complesse. La direttrice della struttura e naturalista, Stefania Pulici, ha confermato che il cigno è sottoposto a continui lavaggi per rimuovere le sostanze tossiche dal piumaggio e a trattamenti di fluidoterapia, non essendo ancora in grado di alimentarsi autonomamente. L’evento ha causato una mortalità immediata per diverse altre specie presenti nel corso d’acqua: una tortora, una gallinella d’acqua e un marangone minore sono deceduti poco dopo il ritrovamento a causa dell’ingestione dei residui inquinanti.
Durante le indagini radiografiche condotte dal personale veterinario è emerso un ulteriore elemento di criticità: la presenza di pallini da caccia conficcati nei tessuti dell’animale, segno di un precedente ferimento da arma da fuoco a cui il cigno era sopravvissuto. Questo dettaglio evidenzia la sovrapposizione di differenti fattori di rischio per gli animali selvatici, che spaziano dall’inquinamento industriale e civile all’impatto del bracconaggio.
Il trend dei ricoveri e i parametri climatici
I dati preliminari raccolti dal CRAS di Magenta indicano un incremento progressivo e costante degli ingressi rispetto agli anni precedenti. Il superamento delle quote del 2023, registrato già al termine della stagione estiva, rispecchia una tendenza rilevata anche in altre strutture di tutela della fauna sul territorio nazionale. Tra le cause primarie di questa accelerazione figurano le alterazioni microclimatiche e l’aumento degli eventi meteorologici estremi.

Le frequenti ondate di calore estive influiscono in modo diretto sulla mortalità dei nidiacei, in particolare dei rondoni. Questa specie nidifica abitualmente negli anfratti degli edifici e sotto le coperture in tegole: l’innalzamento termico all’interno delle cavità spinge i giovani volatili a scaraventarsi all’esterno prima del completo sviluppo del piumaggio utile al volo. Parallelamente, l’aumento di precipitazioni ad alta intensità e raffiche di vento causa il cedimento delle alberature e la distruzione dei nidi di specie come colombacci, aironi e rapaci. La variazione delle temperature stagionali incide inoltre sui cicli riproduttivi e biologici. Nel caso dei ricci, sono state documentate nascite tardive nel mese di settembre. La scarsità di risorse trofiche disponibili in autunno inoltrato compromette lo sviluppo dei piccoli, che giungono ai centri di recupero in stato di forte debilitazione. Nelle regioni meridionali, le temperature medie più elevate stanno riducendo la frequenza del letargo invernale, alterando il dispendio energetico della specie.
Pressione antropica e frammentazione degli habitat
La riduzione degli spazi naturali, dovuta all’espansione urbanistica, alla realizzazione di infrastrutture viarie e all’intensificazione dell’agricoltura, restringe le aree di alimentazione e riproduzione della fauna selvatica. La vicinanza con i centri abitati aumenta l’incidenza di collisioni stradali, impatti contro vetrate ed edifici, oltre a casi di intossicazione e ingestione accidentale di rifiuti.A queste criticità ambientali e strutturali si aggiunge la persistenza del prelievo venatorio illegale. I dati relativi alla mortalità di specie protette confermano la presenza del fenomeno su tutto il territorio italiano: uccelli quali cicogne, falchi e altri rapaci giungono regolarmente ai centri di recupero con ferite da arma da fuoco.

Tra le specie a elevato rischio di estinzione, l‘ibis eremita registra una mortalità stimata del 30% per bracconaggio lungo le rotte migratorie che attraversano l’Italia. Le valutazioni fornite dai tecnici dell’inquinamento e della tutela ambientale evidenziano che i soggetti recuperati dai CRAS rappresentano una frazione limitata della mortalità totale. Una quota consistente di animali feriti, intossicati o debilitati muore all’interno dell’ambiente naturale senza che ne sia possibile il tracciamento o la quantificazione precisa. La vicenda del cigno del Naviglio rimane la testimonianza visibile di una condizione di stress ambientale continua, alimentata dalla combinazione di fattori climatici, inquinamento idrico e pressione antropica sul territorio.