Conosciamo questo nuovo studio sulla caccia che è stato fatto in Francia, può cambiare di moltissimo le cose.
Molto spesso vi raccontiamo di storie particolari che sono successe a cani o gatti ma oggi vi vogliamo far conoscere uno studio fatto in Francia.
Andiamo a conoscere che cosa dicono per quanto riguarda l’argomento della caccia, molto dibattuto anche da loro.
Per anni il controllo letale della fauna selvatica è stato considerato uno degli strumenti principali per limitare i danni causati agli allevamenti e alle coltivazioni. Ma una nuova ricerca scientifica mette in dubbio l’efficacia di questa strategia. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Biological Conservation, l’abbattimento di milioni di animali selvatici in Francia non avrebbe prodotto una riduzione significativa dei danni economici che questi interventi mirano a prevenire.
La ricerca apre così un importante dibattito sul futuro della gestione della fauna selvatica, suggerendo che prevenzione e metodi non letali potrebbero rappresentare una soluzione più efficace, sostenibile ed economicamente vantaggiosa.
In Francia sono dieci le specie autoctone considerate responsabili di danni alle attività agricole e zootecniche. Tra queste figurano la volpe rossa, la faina, la martora, la puzzola, la donnola, la cornacchia nera, il corvo comune, la gazza, la ghiandaia e lo storno.
Secondo le stime riportate nello studio, ogni anno vengono abbattuti circa 1,7 milioni di esemplari appartenenti a queste specie nell’ambito delle politiche di controllo della fauna.
Per verificare se questa pratica produca realmente i risultati attesi, il gruppo di ricerca coordinato da Frédéric Jiguet, del Centre d’Écologie et des Sciences de la Conservation di Parigi, ha analizzato i dati ufficiali raccolti dal Ministero dell’Ambiente francese tra il 2015 e il 2022.
Lo studio rappresenta una delle analisi più complete mai realizzate sull’argomento. Gli scienziati hanno preso in esame oltre 12 milioni di abbattimenti registrati nell’arco di sette stagioni venatorie, distribuiti in 96 dipartimenti della Francia continentale.
I ricercatori hanno confrontato tre elementi fondamentali:
L’obiettivo era capire se un maggiore ricorso agli abbattimenti producesse una reale diminuzione dei danni e una riduzione delle popolazioni considerate problematiche. I risultati ottenuti dagli studiosi sono chiari: non è emersa alcuna evidenza statistica che dimostri come l’aumento degli abbattimenti porti a una diminuzione dei danni economici.
Anzi, in diversi dipartimenti francesi si è osservato che, nonostante un elevato numero di animali eliminati, i danni continuavano a rimanere elevati anche negli anni successivi. Gli autori sintetizzano così la principale conclusione dello studio:
«Il messaggio fondamentale è che aumentare lo sforzo di controllo non riduce i costi dei danni e che ridurre o addirittura interrompere il controllo non aumenta i danni».
Una conclusione che mette seriamente in discussione l’efficacia delle attuali politiche di gestione basate prevalentemente sull’abbattimento degli animali selvatici. Anche l’analisi ecologica ha fornito risultati sorprendenti.
I dati relativi alle popolazioni riproduttive di corvidi e storni mostrano infatti che il controllo letale non determina una diminuzione significativa del numero di individui presenti durante la stagione riproduttiva.
Per alcune specie, come la ghiandaia e lo storno, è stata addirittura osservata un’associazione positiva tra l’intensità degli abbattimenti e l’abbondanza degli animali. Secondo gli studiosi, questo fenomeno potrebbe dipendere da diversi fattori biologici, tra cui:
In pratica, gli abbattimenti sembrerebbero colpire soprattutto gli individui giovani o non riproduttori, senza incidere realmente sul nucleo della popolazione responsabile della continuità della specie.
Lo studio affronta anche l’aspetto economico. Gli autori stimano che il costo complessivo delle operazioni di controllo letale in Francia sia compreso tra 103 e 123 milioni di euro ogni anno.
I danni economici denunciati da agricoltori e allevatori, invece, ammonterebbero a una cifra compresa tra 8 e 23 milioni di euro annui. Ciò significa che il sistema di controllo può arrivare a costare fino a otto volte di più rispetto alle perdite economiche che dovrebbe contribuire a prevenire.
Anche utilizzando stime particolarmente prudenti, escludendo alcune voci di spesa come il lavoro volontario e riducendo i costi di trasporto, il controllo letale continua comunque a risultare più costoso dei danni dichiarati.
Per questo motivo i ricercatori affermano che, allo stato attuale delle conoscenze, il controllo di volpi, mustelidi, corvidi e storni non presenta una reale giustificazione economica.
Lo studio invita inoltre a considerare un aspetto spesso trascurato: molte delle specie considerate “nocive” svolgono in realtà importanti funzioni ecologiche.
Le volpi e gli altri piccoli carnivori contribuiscono naturalmente al contenimento delle popolazioni di roditori, mentre diversi corvidi favoriscono la dispersione dei semi e la rigenerazione delle foreste.
La ghiandaia, ad esempio, è considerata una delle principali responsabili della diffusione delle ghiande, contribuendo alla nascita di nuovi alberi e al mantenimento degli ecosistemi forestali.
Secondo le stime riportate nella ricerca, gli oltre 62 mila abbattimenti di ghiandaie registrati nel periodo analizzato potrebbero aver comportato una perdita potenziale di servizi ecosistemici valutabile tra 100 e 454 milioni di euro.
Gli autori non si limitano a criticare l’attuale sistema, ma indicano anche possibili alternative.
Tra le soluzioni suggerite figurano:
Secondo i ricercatori, anche gli aspetti etici e sociali della gestione della fauna stanno assumendo un peso sempre maggiore nelle politiche europee dedicate alla conservazione della biodiversità. La conclusione dello studio è netta:
«Poiché il controllo letale è inefficace, economicamente ingiustificabile ed eticamente discutibile, raccomandiamo che la riduzione dei costi economici dei danni si concentri urgentemente sulla prevenzione dei danni stessi, che non richiede il controllo letale».
Una posizione destinata ad alimentare il confronto tra comunità scientifica, istituzioni e mondo agricolo, in un momento in cui cresce la ricerca di soluzioni capaci di conciliare la tutela delle attività produttive con la conservazione della fauna selvatica e degli equilibri naturali.
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