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Gatto selvatico sardo vive soltanto in Sardegna: una specie rara e protetta

Il gatto selvatico sardo vive ormai soltanto in Sardegna: scopriamo le caratteristiche dell’animale e quali i fattori di rischio per la sua sopravvivenza.

Gatto selvatico sardo vive soltanto in Sardegna
(Foto Wikipedia)

Il gatto selvatico sardo è ormai presente solo in Sardegna, dove vive al riparo da occhi indiscreti, in un habitat rispettoso della sua natura. Ma nonostante questo, vi sono dei fattori di rischio che potrebbero minacciare, a breve termine, la sopravvivenza della specie stessa.

Un felino enigmatico

Non si sa molto del gatto selvatico sardo.

Gatto selvatico sardo
(Foto Wikipedia)

Le conoscenze su questo felino sono piuttosto scarse, come, almeno fino a qualche tempo fa, lo erano anche gli scatti fotografici che ritraevano la sua immagine. Perfino la sua attuale diffusione e le sue reali origini appaiono un mistero.

Attualmente, il gatto selvatico sardo vive soltanto in Sardegna. E non si tratta di un’ovvietà, come potrebbe suggerire il nome che identifica l’enigmatico felino. Il tutto è legato alle sue origini, ammantate tutt’oggi nel mistero.

L’ipotesi più accreditata è quella secondo la quale l’animale sia stato portato nell’isola italiana dai Fenici. Sembra che il popolo viaggiatore per eccellenza fosse solito portare sulle proprie navi esemplari di gatti, per proteggere le vivande dall’attacco dei topi.

Animali domestici a tutti gli effetti, con l’uso double face, di affetto e di utilità, che i popoli antichi ricercavano nei loro compagni a quattro zampe. L’immissione nel territorio sardo, molto probabilmente, è avvenuta in maniera involontaria, con esemplari scappati nell’entroterra dell’isola.

Dopo vari secoli, tuttavia, il gatto selvatico sardo vive solo in Sardegna, essendosi estinto in ogni altra parte del mondo (anche su questo punto tuttavia vi sono fonti contrastanti).

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Caratteristiche e fattori di rischio per la sua sopravvivenza

Come detto, si tratta di un felino molto elusivo ed enigmatico.

Gatto selvatico sardo
(Foto Wikipedia)

Le sue caratteristiche fisiche differiscono in parte da quelle possedute dal comune gatto europeo. In particolare ha una corporatura leggermente più piccole, dei ciuffi di pelo alla punta delle orecchie, una minore densità di peli nella zona terminale della coda.

La principale difficoltà di avvistamento del felino sta nel fatto che sia un cacciatore attivo, soprattutto all’alba e al crepuscolo. Nella restante parte del giorno vive rintanato, nascondendosi, quando è all’aperto, tra la folta vegetazione che gli offre il territorio, o sugli alberi.

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Si riproduce una sola volta all’anno, e la prole è seguita dalla madre per un periodo di 3 mesi soltanto. Attualmente il gatto selvatico sardo è riconosciuto come specie rara e protetta in base alla legge. La specie è stata inserita infatti nell’Appendice II della CITES.

Non solo: è riconosciuto come specie protetta che dalla Convenzione di Berna, dalla Direttiva dell’Unione Europea n. 43 del 1992, Allegato D, e dalla Legge regionale sarda n. 23 del 1998.

Attualmente il gatto selvatico sardo non rientra tra gli animali in via di estinzione, ma vi sono dei fattori da non trascurare, e che possono cagionare dei rischi alla sua sopravvivenza.

Uno dei pericoli maggiore, ovviamente, proviene dall’essere umano, ed è l’azione diretta con cui quest’ultimo modifica l’ambiente, assottigliando il loro habitat naturale.

Sul bracconaggio, invece, non si hanno dati certi, per cui diviene difficoltoso comprendere la reale incidenza del fenomeno sulla sopravvivenza della specie. Un altro fenomeno da non sottovalutare è la convivenza del gatto selvatico sardo con quello comune.

Quest’ultimo compete nella caccia, nonostante sia un animale domestico. Questo comporta un particolare svantaggio per il felino selvatico, in quanto si trova a dover competere con un animale sempre in forze, con il pasto assicurato tutti i giorni, e curato se cade ammalato.

Da non sottovalutare anche il rischio di ibridizzazione, dato dall’accoppiamento tra esemplari domestici e selvatici.

Antonio Scaramozza