La guerra in Iran minaccia la sopravvivenza dei ghepardi asiatici: ne restano meno di 30 esemplari e lo scoppio del conflitto ha fermato i progetti di conservazione della specie.
Nel silenzio arido del Dasht-e Kavir, dove la polvere danza con il vento, si sta consumando una tragedia silenziosa che rischia di cancellare per sempre uno dei simboli più eleganti e fragili del nostro pianeta. Mentre il fragore delle esplosioni e le tensioni geopolitiche tra Iran, Stati Uniti e Israele dominano le cronache mondiali, un altro fronte, altrettanto critico ma quasi invisibile, sta cedendo: quello della biodiversità. Il ghepardo asiatico (Acinonyx jubatus venaticus), una sottospecie che un tempo dominava le terre dall’India alla Penisola Arabica, è oggi appeso al filo sottilissimo di appena 27 esemplari.
Poco prima che l’escalation militare trasformasse il cielo dell’Iran in un teatro di droni e missili, una notizia aveva acceso una fiammella di speranza nei cuori dei conservazionisti. Nel nord-est del paese, alcuni ranger erano riusciti a filmare una femmina con cinque cuccioli di ghepardo al seguito. In un mondo dove ogni singolo individuo conta, la nascita di cinque piccoli non era solo un evento biologico, ma un miracolo statistico.
Tuttavia, quella gioia è durata appena nove giorni. L’inizio delle operazioni militari coordinate ha oscurato il futuro di quella nidiata. Oggi, quegli stessi territori che dovrebbero essere santuari di vita sono diventati zone calde, dove la presenza di un animale dotato di collare GPS o il movimento di un ricercatore con una foto trappola possono essere tragicamente scambiati per attività di spionaggio o sabotaggio. Il ghepardo asiatico non è nuovo alla lotta per la sopravvivenza. La sua parabola discendente è iniziata decenni fa, spinta da cause tristemente note, dal bracconaggio alla perdita di habitat per la frammentazione dei territori selvaggi a favore di pascoli e infrastrutture, agli incidenti stradali che rappresentano la minaccia più insidiosa responsabile di oltre il 50% dei decessi accertati.
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Oggi, questo felino occupa appena il 16% del suo areale storico. Se in India si tenta una reintroduzione controversa utilizzando ghepardi africani, l’Iran rimane l’ultimo, unico custode del ceppo genetico originale asiatico. Ma la custodia richiede stabilità, e la stabilità è una merce rara in tempo di guerra.Il vero colpo letale inflitto dal conflitto non è solo quello diretto delle bombe, ma la paralisi dei progetti di conservazione. Proteggere una specie con meno di trenta individui richiede una micro-gestione ossessiva. Biologi e ranger devono monitorare ogni spostamento, garantire che le fonti d’acqua siano pulite e che le popolazioni di prede (come gazzelle e mufloni) siano stabili.
Con l’aggravarsi del conflitto, le sanzioni internazionali limitano l’importazione di droni di monitoraggio e strumentazione scientifica avanzata. Molte organizzazioni hanno dovuto ritirare il personale dalle aree remote per motivi di sicurezza. Lo scambio scientifico con esperti internazionali, già difficile dopo l’arresto di alcuni ricercatori della Persian Wildlife Heritage Foundation nel 2018 con accuse di spionaggio, è ora virtualmente impossibile.
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Anche gli animali sono vittime della guerra. Gli ultimi ghepardi rimasti in vita sono “schedati”, seguiti con dedizione dai ricercatori. La storia di Helia, una femmina che nel 2024 ha vegliato per sette giorni il corpo del suo cucciolo ucciso da un’auto, è l’emblema di questa fragilità. In quell’occasione, volontari e biologi rimasero sul posto giorno e notte per proteggere la madre dal traffico. In uno scenario di guerra, chi proteggerà questi felini?
Anche nell’ipotesi di una cessazione immediata delle ostilità, il destino del ghepardo asiatico rimane appeso a un’incognita economica. La ricostruzione di una nazione richiede risorse immense; è facile immaginare che la tutela di un felino nel deserto passi in secondo piano rispetto alla ricostruzione di case, ospedali e reti elettriche.Il ghepardo asiatico è il simbolo delle sfide ambientali di oggi. Se non si troverà un modo per proteggere questi ultimi 27 esemplari, nonostante il rumore della guerra, l’Iran perderà il suo simbolo più prezioso, e il mondo perderà un pezzo irripetibile del suo mosaico biologico. (di Elisabetta Guglielmi)
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