Radiato dall’albo Mauro Guerra, il veterinario del caso Balto: sono stati chiesti oltre 13 anni di carcere per l’uomo.

La cronaca giudiziaria italiana si trova spesso a dover affrontare casi che scuotono profondamente la sensibilità dell’opinione pubblica. Un esempio è il caso che coinvolge Mauro Guerra, l’ormai ex veterinario di Ravenna al centro del “caso Balto”. Una vicenda che è un intricato mosaico di illegalità che spazia dal maltrattamento crudele allo smaltimento illecito di rifiuti, fino a gravi reati tributari.
La sentenza nei confronti del veterinario Mario Guerra implicato nel caso del cane Balto
Mauro Guerra è stato ufficialmente e definitivamente radiato dall’Ordine dei Medici Veterinari. Non potrà mai più esercitare la professione. Ma se la giustizia professionale ha concluso il suo iter, quella penale è alle battute finali di un processo che vede l’imputato rischiare una condanna pesantissima.

La Pubblica Accusa ha chiesto per il veterinario Mario Guerra una condanna a tredici anni e quattro mesi di reclusione. I problemi sono connessi all’ambulatorio di Guerra, emersi a partire dalla morte di Balto. Il protagonista della vicenda è un cane anziano di razza Labrador. Due anni fa, in un giorno d’estate, il quattro zampe è stato notato da un agente della Polizia locale mentre gemeva sotto il sole cocente, disidratato e abbandonato.
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Il poliziotto, mosso a compassione, portò l’animale presso la clinica di Guerra. Quello che doveva essere un atto di soccorso si trasformò in una sentenza di morte rapida e, secondo l’accusa, del tutto ingiustificata. Il veterinario, dopo una valutazione sommaria, contattò telefonicamente i proprietari del cane, prospettando loro l’eutanasia come unica via d’uscita per le presunte sofferenze dell’animale.

Ottenuto il consenso, Guerra procedette all’eutanasia. Mentre i proprietari sono stati prosciolti dalle accuse di maltrattamento, la posizione di Guerra si è aggravata. Gli inquirenti hanno contestato la mancanza assoluta di accertamenti diagnostici che giustificassero una decisione così estrema. La morte di Balto è stata però solo la punta di un iceberg fatto di irregolarità sistematiche. Le indagini successive, alimentate da perquisizioni e testimonianze, hanno delineato un quadro inquietante della gestione dell’ambulatorio. Le accuse a carico di Guerra sono maltrattamento e uccisione di animali, detenzione illegale di farmaci, smaltimento illecito di rifiuti speciali, falsificazione di libretti sanitari, frode in commercio e reati tributari.
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Il processo, articolatosi in 19 udienze, ha visto oltre 120 testimoni, tra cui molti colleghi. Secondo la testimonianza di una dottoressa esperta in anestesia, nell’ambulatorio non venivano redatte cartelle cliniche né eseguiti esami diagnostici pre-operatori. Ma il dettaglio più atroce riguarda proprio le procedure di soppressione, descritte più come uccisioni che eutanasie.

Per Mauro Guerra, la decisione dell’Ordine dei Veterinari segna il crollo definitivo della sua figura pubblica. La radiazione dall’albo è la sanzione massima prevista dall’ordinamento professionale e viene inflitta solo quando viene accertata la completa incompatibilità tra il comportamento del professionista e i doveri di dignità e decoro della categoria. La richiesta del Pubblico Ministero – 13 anni e 4 mesi – è molto alta per reati di questo tipo, e riflette la gravità della reiterazione e la crudeltà delle condotte contestate. Se il Tribunale dovesse accogliere integralmente questa richiesta, si tratterebbe di una sentenza storica in materia di diritti degli animali e responsabilità professionale.
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Ora, dopo anni di indagini, la parola passa ai giudici. La sentenza per Mauro Guerra non sarà solo il finale del “caso Balto”, ma una risposta necessaria a una domanda di giustizia che riguarda il rispetto della vita in ogni sua forma. Il processo ha evidenziato come dietro la facciata di un ambulatorio di provincia potesse nascondersi un sistema di illegalità diffusa. Non si è trattato solo di “errori medici”, ma di una scelta sistematica di operare al di fuori della legge, falsificando documenti per coprire mancanze amministrative e, cosa ancor più grave, infliggendo sofferenze inutili a creature senzienti affidate alle sue cure.
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Il veterinario libero-professionista, quello a cui ci si rivolge per la cura degli animali d’affezione, svolge un’attività intellettuale. La sua responsabilità, in caso di esito negativo delle cure, è di natura civile e, in casi eccezionali, penale. La responsabilità civile del veterinario è di tipo contrattuale, il che comporta due importanti vantaggi per il cliente. Onere della prova facilitato prevede che il cliente deve solo dimostrare di aver affidato l’animale e che questo ha subito un danno o è morto. Spetta al veterinario, invece, dimostrare di aver agito correttamente e che la colpa non è sua. Possibile è anche la prescrizione più lunga, secondo la quale il diritto al risarcimento si prescrive in dieci anni (anziché i cinque della responsabilità extracontrattuale). I reati possono configurarsi in situazioni estreme, come: il rifiuto volontario di curare un animale; l’esecuzione di interventi chirurgici a fini puramente estetici. A questi si aggiungono casi, fortunatamente rarissimi, di lesioni o morte dell’animale causate con volontà o dolo. (di Elisabetta Guglielmi)