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Gatti sacri nell’antico Egitto, i faraoni ed un’adorazione storica

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:07
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I gatti sacri nell’antico Egitto sono uno dei primi esempi dell’amore verso questo simpatico animale. Nell’antico Egitto il gatto era venerato come un dio, ne sono prova le numerose rappresentazioni di questo animale in molti artefatti religiosi e non.

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La sfinge, uno dei più famosi simboli felini dell’antico Egitto. (Foto Pexels)

Tanto, tanto tempo fa il dio del sole egizio Ra si arrabbiò con l’umanità. Cercando di punire gli umani per i loro crimini, Ra mandò la sua figlia con la testa di leone Sekhmet per rimetterli al loro posto. Lei però fu così violenta nella sua ricerca di vendetta, che Ra capì presto di aver fatto un errore. In un tentativo di portare la pace nella sua feroce figlia, il dio la calmò con della birra rossa, un sostituto soporifero del sangue che tanto lei bramava. Finalmente soddisfatta, Sekhmet si coricò e si addormentò, così che la leonessa arrabbiata diventò un gatto pacifico.

Questa leggenda mostra come nell’antico Egitto i gatti erano importantissimi così tanto da essere paragonati a divinità, e infatti ci sono arrivati tantissimi artefatti che possiamo ammirare nei musei di tutto il mondo, in cui – dalle gambe delle sedie a giocattoli, da piccoli amuleti fino alle enormi sculture – l’amore del gatto nel popolo egizio si mostra appieno.

La stima degli Egizi per i gatti

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Un gatto davanti a un ritrovamento egizio. (Foto Instagram)

Gli antichi Egizi avevano per i gatti un’altissima stima, tanto che le pene per chi maltrattava o uccideva un gatto erano molto severe. Veneravano la dea gatto Bastet, spesso rappresentata come mezza felino e mezza donna, e il centro di tale culto era nella città di Bubastis, nel nord dell’Egitto. La festa in onore di Bastet veniva descritta come una delle più grandi e più entusiastica tra quelle celebrate in tutto l’Egitto dallo storico Erodoto che l’aveva visitata.

I preti del tempio gestivano dei grandi gattili, e proprio a Bubastis si è trovato un grande cimitero di gatti mummificati. Migliaia di piccole sculture di gatti sono state ritrovate sempre qui, probabilmente lasciate dai devoti in offerta al tempio.

Forse la più antica dea egizia felina registrata, era Mafdet (il cui nome può tradursi come “corridore”). Descritta nei testi delle piramidi mentre uccide un serpente con i suoi artigli, e rappresentata su un vaso in pietra in una tomba di Abydos (del 2800 Avanti Cristo, circa), che mostra un grosso gatto – forse un ghepardo o un leopardo. Anche se gli Egizi avevano altre divinità feline come la già nominata Sekhmet dalla testa di leonessa, solo Bastet veniva rappresentata come un gatto addomesticato.

I gatti adorati come divinità?

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Un gatto accanto a una sua rappresentazione. (Foto Pinterest)

In realtà, nonostante spesso si parli di gatti sacri nell’antico Egitto, secondo alcuni studiosi di tali opere non è proprio esatto dire che gli Egiziani veneravano i gatti. Più che altro, esiste una forte connessione tra i felini e il divino che deriva dall’osservazione attenta dei comportamenti di questi animali.

In pratica gli Egizi associavano i gatti a specifiche divinità a causa del loro atteggiamento, proprio per come si comportavano nel mondo naturale. E sappiamo quanto i gatti siano regali e sappiano farci pesare il loro sentirsi “nobili”. Ma tutto aveva un significato: dal gatto che proteggeva la casa dai topi, o che proteggeva semplicemente i suoi gattini, erano comportamenti da attribuire a una specifica divinità. 

Un’icona di maternità come la dea Bastet nella sua forma felina, può essere riscontrata in alcune colonne di loto. E spesso queste erano accompagnate da statue di gatte con i loro gattini, con iscrizioni devote proprio a Bastet.

Altri felini (e non) nell’iconografia egizia

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Una statua con sembianze di gatto. (Foto Instagram)

In molti altri oggetti si evocano altre specifiche qualità dei felini, oltre alla doppia natura dei gatti mostrata nelle rappresentazioni di Sekhmet. I leoni, ad esempio, a volte vengono usati per la funzione simbolica nell’iconografia della nobiltà. Una scultura di un leone a riposo può indicare che il re era sicuro nel suo ruolo e capace di tenere a bada il caos.

Ma possiamo vedere anche altri esempi, come nella tomba in legno della principessa Mayet (il cui nome sembra essere traducibile in “micetta”), o nella rappresentazione di Amenhotep III in adorazione di Sekhmet, in cui il faraone mostra uno scarabeo, per commemorare una delle sue molte cacce al leone.

Poi abbiamo il dio Bes, solitamente mostrato come una figura simile a un nano con gambe muscolose, ma a volte le sue caratteristiche gioviali prendono una somiglianza in stile felino. Noto come il protettore dei bambini, Bes è una divinità che non ha un tempio proprio, ma le cui rappresentazioni possono essere trovate ovunque, anche in contesti domestici. Bes era quindi, in altre parole, simile a un gatto: girava libero nel mondo, facendo la sua casa dovunque fossero gli umani. Può essere trovato su molti amuleti, proprio come altre divinità come Tutu, il dio protettore della fortuna e del fato, che viene rappresentato come una sfinge, per aggiungersi ai già nominati gatti sacri nell’antico Egitto.

I gatti portatori di energia divina

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Dei gioielli egizi ispirati ai gatti. (Foto Instagram)

Il DNA dei gatti suggerisce che i gatti selvatici si sono “auto addomesticati” per la prima volta nel medio oriente e in Egitto, circa 10000 anni fa, quando dei felini si avvicinarono alle prime società agricolturali, per nutrirsi dei roditori che rubavano il grano, e si stabilirono con gli umani che li ringraziavano con qualche avanzo gratis, e dei grattini alla schiena. Ricordiamolo la prossima volta che il nostro bel micio si addormenta sulle nostre gambe!

Ma il livello di devozione degli antichi Egizi, come dicevamo, è andato ben oltre il semplice affetto di un padrone verso il proprio animale domestico. I gatti sacri nell’antico Egitto non erano altro che la personificazione e la spiegazione di alcuni fenomeni, un po’ come tutte le varie rappresentazioni che usavano gli Egizi nella loro religione e cultura. Ma li proteggevano davvero in modo molto serio. Non solo con le pene di cui abbiamo parlato, verso chi faceva del male ai felini, ma anche con l’uso di amuleti e gioielli che immortalavano i gatti, come portatori di buona fortuna in casa e durante la gravidanza, indossati da uomini e donne. Sembra addirittura che fossero dei diffusi regali per il nuovo anno.

Negli altri racconti di Erodoto, si nota come alcune abitudini degli Egizi legate ai gatti andassero oltre la semplice superstizione: ad esempio, le famiglie si radevano le sopracciglia se il loro gatto moriva di cause naturali, e radevano l’intero corpo se il loro cane moriva. E se la loro casa prendeva fuoco, invece di combattere l’incendio si concentravano nel salvare i gatti e impedir loro di tornare nelle fiamme.

Erodoto narra anche una storia ambientata durante l’invasione dell’Egitto da parte dei Persiani, nel 525 Avanti Cristo, quando il re persiano Cambyses II sembra abbia trovato il modo di ritorcere l’amore degli Egizi verso i gatti, contro di loro. Il re fece dipingere sugli scudi dei suoi soldati dei gatti, e fece correre un gran numero di gatti e animali domestici davanti al suo esercito. Gli Egiziani, per paura di uccidere i gatti e offendere quindi la dea Bastet, si arresero.

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F.B.