Quattro lemuri sono morti dopo aver contratto dagli esseri umani l’herpes: gli animali venivano utilizzati per le lezioni di yoga.
Un patogeno del tutto comune per la specie umana, spesso confinato a un’irritazione passeggera o a un’infezione priva di sintomi manifesti, può trasformarsi in un agente ad altissima letalità quando supera la barriera di specie. È quanto accaduto negli Stati Uniti a quattro lemuri tenuti in cattività, la cui morte è stata direttamente collegata al contagio da Herpes Simplex di tipo 1 (HSV-1). Tra gli esemplari coinvolti figura anche un animale impiegato in un programma di interazione diretta con il pubblico all’interno di sessioni di yoga.

La vicenda, analizzata in uno studio scientifico pubblicato sul Journal of Zoo and Wildlife Medicine, costituisce la prima evidenza molecolare documentata della presenza e della pericolosità dell’HSV-1 nei lemuri. La ricerca pone l’accento sui rischi sanitari derivanti dall’assenza di barriere di biosicurezza tra esseri umani e primati non umani gestiti in contesti privati o ricreativi.
L’infezione umana che ha ucciso quattro lemuri impiegati nelle lezioni di yoga
Gli animali oggetto dello studio appartenevano a tre distinte specie: due lemuri dalla coda ad anelli (Lemur catta), un lemure dal collare bianco e nero (Varecia variegata) e un esemplare ibrido tra Varecia rubra e Varecia variegata. Tutti gli individui erano custoditi all’interno di proprietà private negli Stati Uniti e le loro vicende cliniche sono state registrate nell’arco di un periodo di otto anni. Tra questi, un caso di particolare rilevanza riguarda un Lemur catta inserito in un’attività nota come «yoga con i lemuri». In questo tipo di iniziative, gli animali hanno la possibilità di muoversi senza costrizioni tra i partecipanti durante le sessioni di esercizio fisico, incrementando radicalmente le occasioni di contatto ravvicinato.
Jim Wellehan, docente presso il College of Veterinary Medicine dell’Università della Florida e coautore dell’indagine, ha chiarito che, sebbene non sia possibile individuare il momento esatto dell’infezione, la costante e stretta esposizione al pubblico rende l’origine umana del contagio la spiegazione scientificamente più plausibile. Gli altri tre lemuri esaminati nello studio erano tenuti come animali da compagnia o da collezione privata, contesti in cui la vicinanza fisica con i proprietari era ugualmente abituale e priva di restrizioni sanitarie.

L’HSV-1 è un virus a larga diffusione nella popolazione umana. La sua trasmissione avviene prevalentemente per contatto diretto con la saliva, con le mucose orali o con le lesioni cutanee attive. Non trattandosi di un patogeno a trasmissione aerea primaria, il fattore determinante per il contagio è la frequenza dell’interazione fisica. Pratiche quali il contatto diretto con il muso, le carezze sul volto o la condivisione di secrezioni corporee rappresentano vie d’accesso primarie per il virus. Se nell’uomo l’infezione decorre per lo più in forma asintomatica o con la comparsa di lievi manifestazioni cutanee, nei lemuri il quadro clinico si è rivelato devastante. I soggetti infetti hanno mostrato un rapido deterioramento delle condizioni generali, caratterizzato da letargia e inappetenza; comparsa di ulcere e lesioni a carico della cavità orale e della gola; difficoltà respiratorie; manifestazioni neurologiche acute.
In particolare, uno dei lemuri dalla coda ad anelli ha sviluppato crisi convulsive prolungate e refrattarie ai trattamenti, che ne hanno causato il decesso a sole 48 ore dalla prima valutazione veterinaria. L’esame autoptico e le successive analisi di laboratorio condotte sui tessuti cerebrali hanno confermato la causa della morte in un’encefalite acuta. Gli esami istologici hanno evidenziato una grave infiammazione del sistema nervoso centrale, accompagnata dalla distruzione delle cellule nervose e dalla presenza di inclusioni intranucleari, un’alterazione cellulare tipica delle infezioni da herpesvirus.

Le analisi di biologia molecolare hanno poi individuato la presenza diretta del materiale genetico e delle proteine dell’HSV-1 all’interno dei neuroni. Inoltre, per due dei quattro soggetti, l’infezione era stata rilevata quando gli animali erano ancora in vita tramite l’esecuzione di tamponi sulle mucose orali. Questo elemento rappresenta un passaggio tecnico rilevante, poiché dimostra la fattibilità di diagnosi precoci su individui vivi, consentendo eventualmente di tentare protocolli terapeutici tempestivi prima del compromettimento del quadro neurologico.
Dal punto di vista evolutivo, gli herpesvirus tendono a sviluppare un elevato grado di adattamento con la propria specie ospite tipica. L’HSV-1 ha coevoluto per millenni con la specie umana, che ha sviluppato meccanismi immunitari in grado di arginare la replicazione virale e prevenirne, nella quasi totalità dei casi, la diffusione al cervello. I lemuri, al contrario, non hanno mai sviluppato un adattamento biologico a questo specifico agente infettivo. Quando il salto di specie si verifica, il loro sistema immunitario risulta del tutto impreparato a gestire il patogeno, scatenando reazioni sistemiche e neurologiche letali.
Infezioni analoghe da HSV-1 con esito nefasto erano già state documentate in altre famiglie di primati non umani, come uistitì, saki e gibboni. Lo studio evidenzia tuttavia una differenza sostanziale tra le strutture zoologiche accreditate e i contesti di detenzione privata o di intrattenimento. Nelle prime, l’applicazione di severi protocolli di biosicurezza — che includono l’uso di dispositivi di protezione individuale e il divieto di contatto diretto per gli operatori con lesioni attive — riduce drasticamente la probabilità di trasmissione zoonotica inversa. I quattro casi analizzati dimostrano come l’assenza di tali precauzioni nelle attività ricreative o nella tenuta domestica di animali esotici esponga la fauna selvatica a rischi sanitari letali derivanti da patogeni umani comunemente considerati inoffensivi.